Al cinema dal 28 maggio distribuito da Be Water in collaborazione con Medusa
Naru cammina per le strade di Kabul con una videocamera sulle spalle e la determinazione di chi rifiuta di sparire. È l’unica operatrice televisiva della sua emittente, lavora in un ambiente dominato dagli uomini, viene derisa, sottovalutata, ostacolata continuamente. Eppure non arretra mai. In un Afghanistan sull’orlo del ritorno dei talebani, la protagonista di No Good Men sceglie di occupare lo spazio pubblico, di guardare il mondo e soprattutto di farsi vedere.
Con questo film intenso, ironico e doloroso, la regista afghana Shahrbanoo Sadat realizza una delle opere più sorprendenti e politicamente lucide degli ultimi anni. Presentato in apertura alla 76ª Berlinale, No Good Men mescola commedia sentimentale, cinema civile e racconto sociale senza mai diventare didascalico. La sua forza sta proprio nell’umanità dei personaggi, nella capacità di raccontare la tragedia attraverso la vita quotidiana.
Sadat interpreta lei stessa Naru, costruendo un personaggio magnetico, impulsivo, sarcastico e profondamente contemporaneo. È una donna che non accetta il ruolo imposto dalla società patriarcale afghana: si è separata da un marito infedele, cresce un figlio da sola e affronta ogni giorno un ambiente lavorativo ostile. Quando viene affiancata a un celebre giornalista d’inchiesta dell’emittente Kabul News, il rapporto tra i due parte dallo scontro. Lui la considera poco più di un’intrusa, lei non tollera il suo paternalismo. Ma lentamente, reportage dopo reportage, tra attentati, sparatorie e tensioni politiche sempre più violente, nasce una complicità inattesa.
Il titolo del film — “Non esistono uomini buoni” — riflette una convinzione che le protagoniste condividono amaramente. Sadat racconta infatti un sistema costruito sul controllo delle donne, sulle umiliazioni quotidiane, sulle battute sessiste e sulla violenza normalizzata. Non servono grandi proclami: bastano gli sguardi, i gesti, il modo in cui le donne vengono interrotte, giudicate o trattate come subordinate. È un patriarcato soffocante che attraversa ogni spazio della società.
Eppure No Good Men non è un film disperato. Anzi, sorprende per la sua leggerezza narrativa, per la capacità di trovare ironia e vitalità dentro una realtà oppressiva. Sadat inserisce momenti di autentica comicità — irresistibile la scena del vibratore acceso accidentalmente in un locale — che non alleggeriscono il dramma, ma lo rendono ancora più umano e reale. Il sorriso diventa così una forma di sopravvivenza.
Con il procedere della storia, però, il tono cambia gradualmente. Kabul si oscura insieme al destino dei personaggi. Il ritorno dei talebani smette di essere una minaccia lontana e si trasforma in una presenza concreta che invade le strade, i media, le vite private. Il film abbandona progressivamente il ritmo brillante iniziale per diventare un dramma politico senza via di fuga.
Visivamente, Sadat sceglie uno stile diretto e immersivo. Le strade afghane esplodono di rumori, traffico, polvere e colori. La macchina da presa osserva la città senza filtri esotici o compiacimenti occidentali. È proprio questo uno degli aspetti più preziosi del film: per una volta l’Afghanistan non viene raccontato da uno sguardo esterno, ma da una regista che ne conosce profondamente le contraddizioni, la bellezza e il dolore. In ogni scena si percepisce una componente autobiografica forte, quasi urgente.
Non è casuale che Sadat sia stata allieva di Abbas Kiarostami. Di quel cinema conserva la semplicità apparente, l’attenzione ai dettagli quotidiani e la capacità di trasformare piccoli gesti in riflessioni universali. Ma No Good Men possiede anche un’energia politica personale e feroce, che lo rende profondamente contemporaneo.
Il film è dedicato ai sette membri dello staff della rete afghana Tolo TV uccisi in un attentato terroristico nel 2016. Un omaggio che chiarisce ulteriormente il senso dell’opera: raccontare il coraggio di chi continua a fare informazione e a cercare libertà dentro un sistema costruito per reprimere ogni dissenso.
Alla fine, No Good Men lascia addosso una sensazione amara ma necessaria. Perché Sadat non parla soltanto dell’Afghanistan. Parla di tutti i luoghi in cui la libertà femminile viene considerata una minaccia. E lo fa con un film che riesce nell’impresa più difficile: denunciare senza perdere leggerezza, commuovere senza retorica, raccontare l’orrore continuando a credere nell’umanità.
Ilaria Berlingeri