Candidato come miglior film straniero ai Golden Globes 2026 e in selezione ufficiale per rappresentare la Corea del Sud agli Oscar 2026, arriverà al cinema dal 1º gennaio con Lucky Red
No Other Choice – Non c’è altra scelta non è soltanto il ritorno di Park Chan-wook al cinema dopo l’esperienza seriale de Il simpatizzante: è un film che sembra nascere da un’urgenza, da una rabbia lucida e insieme ironica, capace di trasformare il dramma del lavoro contemporaneo in una commedia nerissima, feroce e sorprendentemente vitale.
Il punto di partenza è semplice, quasi banale nella sua crudeltà: Man-su è un uomo qualunque, un lavoratore specializzato che per venticinque anni ha dato tutto a una cartiera. Ha una famiglia unita, una casa conquistata con fatica, una quotidianità fatta di riti rassicuranti, piante curate con amore e cani che riempiono il giardino. Poi, senza preavviso, arriva il licenziamento. Non per colpa sua, ma per una decisione astratta, presa altrove, in nome di un’efficienza che non guarda in faccia nessuno. Da quel momento, l’esistenza di Man-su inizia a sgretolarsi.
Park Chan-wook costruisce questo crollo con una precisione chirurgica: prima l’idillio, poi lo strappo, quindi la lenta e umiliante discesa nel limbo della disoccupazione. I colloqui falliti, i lavori degradanti, la perdita progressiva di dignità e identità. Man-su non è solo senza lavoro: è senza ruolo, senza voce, senza spazio in una società che ha deciso di farne a meno. Ed è proprio quando ogni alternativa sembra svanire che il film compie la sua svolta più spiazzante, aprendo la porta a una deriva grottesca e disturbante, dove l’unico modo per sopravvivere sembra essere quello di “creare” da sé l’occasione giusta.
Da qui in avanti, No Other Choice diventa un gioco al massacro brillante e amarissimo, che richiama esplicitamente Le Couperet di Costa-Gavras ma lo aggiorna a un mondo ancora più disumanizzato, dominato dalla logica della competizione totale e dall’automazione. La violenza, da sempre centrale nel cinema di Park, perde ogni aura tragica o vendicativa e si trasforma in un meccanismo assurdo, quasi burocratico, immerso in una messa in scena che alterna il riso nervoso allo shock.
Il regista sudcoreano non cerca la misura: eccede, stratifica, sovraccarica. La regia è mobile, ostentata, a tratti caotica; il montaggio accelera e frena senza preavviso; la luce e l’oscurità si scambiano di posto, ribaltando i valori tradizionali del racconto. Ma è proprio in questo eccesso che il film trova la sua forza. Park usa il cinema come Man-su usa la sua competenza artigianale: con precisione, con ossessione, con la volontà di dimostrare che dietro ogni gesto c’è ancora una mano umana, nonostante tutto.
Straordinario Lee Byung-hun, che regge sulle spalle il peso grottesco e morale dell’intero film, dando vita a un personaggio insieme patetico, inquietante e tragicamente comprensibile. Accanto a lui, la famiglia non è mai semplice contorno: la moglie Mi-ri, i figli, persino i rivali diventano riflessi e variazioni del protagonista, tasselli di un affresco sociale che non concede vie di fuga. In particolare, la sensibilità muta ma creativa della figlia minore diventa una delle poche aperture verso un linguaggio nuovo, forse l’unica forma di resistenza possibile in un mondo governato da macchine che non hanno più bisogno nemmeno della luce per funzionare.
No Other Choice è un film politico nel senso più radicale del termine, ma rifiuta ogni predica. Preferisce l’ironia acida, il paradosso, l’assurdo. Racconta la fine del sogno borghese, la crisi dell’identità maschile e patriarcale, l’impossibilità di sottrarsi ai meccanismi del capitale globale, oggi amplificati dall’intelligenza artificiale. E lo fa con un’energia travolgente, capace di divertire e ferire allo stesso tempo.
Iperbolico, sovraccarico, volutamente sgradevole in alcuni momenti, il film rischia talvolta la saturazione, ma non perde mai la sua urgenza. Anzi, è proprio nel suo caos controllato che Park Chan-wook trova una lucidità feroce: quella di un autore che guarda il presente senza illusioni e sceglie il grottesco come ultima, potentissima forma di verità. Un cinema che fa male, che fa ridere, e che soprattutto costringe a guardare fuori dallo schermo, verso una realtà che somiglia fin troppo a quella messa in scena.
Ilaria Berlingeri