Al cinema dal 18 dicembre con Eagle Pictures
A pochi mesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, mentre il mondo fatica a riprendersi dagli orrori della Shoah, il tenente colonnello Douglas Kelley, psichiatra dell’esercito americano, riceve un incarico senza precedenti: valutare la sanità mentale dei principali leader nazisti, tra cui Hermann Göring, braccio destro di Hitler. Allo stesso tempo, gli Alleati, guidati dal giudice Robert H. Jackson, affrontano la sfida monumentale di istituire un tribunale internazionale per assicurare che i responsabili del regime rispondano dei loro crimini davanti alla storia.
Norimberga si ispira al libro di Jack El-Hai The Nazi and the Psychiatrist e si concentra sulla preparazione del processo, sull’allestimento delle aule e sulle strategie degli Alleati per comprendere i meccanismi difensivi dei gerarchi nazisti. Il regista James Vanderbilt sceglie di dare peso alla psicologia dei protagonisti, valorizzando i rapporti interpersonali e le dinamiche di manipolazione, pur senza approfondire eccessivamente la storia personale di Göring negli ultimi anni di guerra.
Il fulcro del film è il duello psicologico tra Kelley (Rami Malek) e Göring (un magnetico Russell Crowe). L’ex Reichsmarschall emerge come un uomo carismatico e manipolatore, capace di sedurre psicologicamente il suo interlocutore. Kelley cerca di decifrare le confessioni del gerarca: si tratta di uomini che eseguivano ordini, di persone malate di mente o di individui intrinsecamente malvagi? Questa tensione intellettuale costituisce il momento più potente del film, una sorta di gioco mentale in cui lo spettatore viene trascinato al centro della storia.
Se le sedute tra Kelley e Göring costituiscono il cuore pulsante della narrazione, gli sviluppi del processo vero e proprio rischiano, invece, di apparire più convenzionali e didascalici.
Michael Shannon nel ruolo del giudice Jackson e Richard E. Grant come il giurista inglese David Maxwell Fyfe offrono interpretazioni solide, ma spesso la storia del processo sembra assumere il ruolo di cornice, relegando Kelley e la sua indagine psicologica a una dimensione secondaria. Leo Woodall, interprete del giovane sergente traduttore Howie Triest, porta invece uno sguardo umano e morale sulle vicende, rappresentando il dilemma tra giustizia, vendetta e compassione.
Rami Malek appare meno incisivo rispetto a Crowe: il suo personaggio mantiene un registro costante, a volte monocorde, che limita l’efficacia del confronto con Göring. Crowe, al contrario, riesce a trasformare il corpo e la presenza scenica in uno strumento narrativo: ogni movimento, ogni tono di voce sottolinea il carisma e la pericolosità del Reichsmarschall. La sua interpretazione funge da catalizzatore per lo spettatore, mettendo in luce l’attrazione inquietante del male incarnato.
Il film, pur seguendo in maniera lineare la struttura del processo di Norimberga, riesce comunque a riflettere sul presente. Attraverso gli echi dei totalitarismi, dei nazionalismi violenti e delle discriminazioni contemporanee, Vanderbilt stimola lo spettatore a interrogarsi sulla responsabilità, sulla natura del male e sulla memoria storica. Le sequenze con immagini dei campi di concentramento liberati ricordano con forza la brutalità del passato, senza indulgere nello spettacolo gratuito, ma invitando a una riflessione critica e consapevole.
In definitiva, Norimberga è un film solido, capace di combinare dramma giudiziario e introspezione psicologica, sebbene non sempre riesca a superare la rigidità della forma narrativa. La forza del film risiede nella performance di Russell Crowe e nel confronto tra due mondi opposti: il male assoluto e la scienza che tenta di comprenderlo. Vanderbilt conferma così la sua abilità nel maneggiare generi diversi, pur senza osare una radicale riscrittura dei canoni cinematografici.
Paola Canali