Vincitore di 4 premi César, tra cui quello per il miglior regista, e di 2 premi Lumière, arriva al cinema dal 5 marzo con Lucky Red
Richard Linklater torna con un progetto che è insieme dichiarazione d’amore e manifesto poetico: Nouvelle Vague, cronaca della nascita di Fino all’ultimo respiro, il film con cui Jean-Luc Godard ha scardinato le regole del cinema moderno. Non si tratta però di un’operazione nostalgica, né di un biopic tradizionale. Linklater sceglie di raccontare un momento preciso – i venti giorni febbrili delle riprese del 1959 – per interrogarsi sul senso stesso di fare cinema oggi.
All’inizio troviamo Godard (Marbeck) ancora ai margini: critico dei Cahiers du cinéma, unico tra i suoi compagni a non aver ancora diretto un lungometraggio. François Truffaut (Adrien Rouyard) e Claude Chabrol (Antoine Besson) hanno già esordito; lui attende l’occasione che arriva grazie al produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfurst). Il patto è semplice e brutale: uno script scritto da Truffaut, supervisione di Chabrol, venti giorni di lavorazione. Da questa costrizione nascerà una rivoluzione.
Linklater costruisce il racconto come un flusso vitale più che come una ricostruzione museale. Il bianco e nero, la grana sporca, la Parigi colta in esterni reali non sono vezzi filologici, ma strumenti per restituire l’urgenza di un cinema che rifiuta la messa in scena artificiale. Non c’è compiacimento calligrafico: la macchina da presa sembra sempre sul punto di scappare altrove, di intercettare la vita prima ancora che diventi scena.
Tra le intuizioni più forti del film ci sono i giochi di riflessi negli occhiali scuri di Godard. In uno di questi compare il finale de I 400 colpi, visto durante la sua presentazione a Cannes: è il momento in cui l’amico Truffaut viene consacrato e lui resta ancora spettatore. Nell’altro, verso la conclusione, si intravedono le immagini del suo stesso film. In mezzo, c’è la trasformazione: da osservatore a creatore, da critico a cineasta destinato a cambiare tutto.
Questo dispositivo visivo non serve a mitizzare il personaggio, ma a raccontare un passaggio di testimone. Dai maestri – come Roberto Rossellini (Laurent Mothe), evocato come padre nobile – a una generazione pronta a demolire il cosiddetto “cinéma de papa”. Linklater mette in scena incontri, discussioni, entusiasmi: compaiono, tra gli altri, Jean Cocteau (Jean-Jacques Le Vessier), Jean-Pierre Melville (Tom Novembre) e Robert Bresson (Aurélien Lorgnier), presenze rapide ma significative di un ecosistema creativo in ebollizione.
Il cuore del film è il set di Fino all’ultimo respiro: una troupe ridotta al minimo, riprese rubate per strada, soluzioni improvvisate. Il direttore della fotografia Raoul Coutard (Matthieu Penchinat) viene raccontato come complice decisivo di questa “guerriglia” estetica. Linklater insiste su un’idea semplice e radicale: se la realtà offre già tutto, perché ricostruirla? Meglio un rumore fuori campo che un incidente orchestrato, meglio i passanti veri che le comparse.
In questa scelta c’è anche una presa di posizione contemporanea. Linklater – che pure ha attraversato Hollywood con film di successo – riafferma qui la propria natura indipendente. Girare quasi interamente in francese, con un cast prevalentemente europeo, è un gesto politico prima ancora che produttivo: rifiuto dell’egemonia linguistica, desiderio di immersione totale.
Uno dei meriti maggiori del film è evitare l’agiografia. Godard e Truffaut sono amici, complici, ma anche attraversati da rivalità sotterranee. Le loro conversazioni hanno la leggerezza tipica del cinema di Linklater: dialoghi vivaci, ironici, mai didascalici. Non c’è la tentazione di trasformare quei giovani registi in statue. Sono trentenni inquieti, pieni di entusiasmo e di dubbi.
Spicca la Jean Seberg interpretata da Zoey Deutch: fragile e determinata, straniera in un contesto che non le appartiene del tutto. Il suo rapporto con Godard non è romanzato in chiave melodrammatica, ma restituito nella sua complessità quotidiana.
Pur ambientato nel 1959, Nouvelle Vague parla chiaramente all’oggi. Linklater sembra chiedersi se sia ancora possibile un cinema così libero, così povero di mezzi e ricco di idee. La risposta non è nostalgica: non si tratta di imitare Godard, ma di comprenderne lo spirito. La rivoluzione non è uno stile da copiare, è un atteggiamento da incarnare.
In questo senso, il film funziona come un laboratorio aperto: mostra come un’opera possa nascere da vincoli produttivi e trasformarli in forza creativa. E suggerisce che ogni generazione, se vuole davvero dirsi viva, deve trovare il proprio modo di rompere le regole.
Nouvelle Vague è dunque molto più di un omaggio cinefilo. È un film che riflette sulla trasmissione del desiderio, sull’eredità come atto dinamico, sull’idea che il cinema – quando è davvero necessario – non finisca con la parola “Fine”, ma continui a riflettersi negli sguardi di chi lo guarda e di chi, ancora oggi, decide di farlo.
Giancarlo Giove