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Guardando Obsession si realizza che l’horror contemporaneo ha smesso di avere paura dei mostri. Adesso teme i desideri. O peggio: teme la loro realizzazione. Ed è qui che il film di Curry Barker trova la propria terrificante lucidità, trasformando una premessa quasi banale — “vorrei che mi amasse” — in uno degli incubi sentimentali più disturbanti degli ultimi anni.
Non serve il budget di una major, non serve costruire universi narrativi mastodontici o mitologie ridondanti: Barker fa ciò che il miglior horror ha sempre saputo fare. Prende una paura minuscola, intima, quotidiana, e la lascia marcire sotto pelle fino a renderla insostenibile. Come accadeva ne Lo squalo di Steven Spielberg, la forza non sta nell’esibizione del mostro, ma nell’attesa della sua comparsa. Nel vuoto che lascia. Nell’idea che possa arrivare.
Bear, interpretato da Michael Johnston con una passività quasi patologica, è il ritratto perfetto dell’uomo emotivamente anestetizzato del presente: fragile, incapace di affrontare il rifiuto, sentimentalmente immaturo. Lavora in un negozio di strumenti musicali, ingoia ossicodone, trascina le giornate come se fosse sempre fuori fase rispetto al mondo. Ama Nikki (Inde Navarrette), o almeno crede di amarla. In realtà desidera soprattutto l’idea di essere desiderato.
Quando acquista il One Wish Willow — un ridicolo bastoncino magico da pochi dollari comprato in un bazar di cianfrusaglie — il film compie il proprio scarto geniale. Barker prende la più antica struttura della fiaba nera, quella della zampa di scimmia, e la trasporta dentro l’era dell’algoritmo. Esprimi un desiderio. Ottieni esattamente ciò che hai chiesto. Non ciò che volevi.
È qui che Obsession diventa qualcosa di più di un semplice horror romantico. Diventa una riflessione velenosa sull’incapacità contemporanea di accettare la complessità delle relazioni umane. Bear non vuole davvero Nikki: vuole una versione semplificata, docile, assoluta di Nikki. Vuole un amore ottimizzato. Personalizzato. Programmato.
E quando il desiderio si avvera, il film precipita in un territorio inquietante dove il romanticismo tossico incontra la paranoia tecnologica. Nikki, improvvisamente ossessionata da lui, smette lentamente di sembrare una persona. Diventa una funzione. Un output emotivo. Una risposta automatica generata da un sistema che ha interpretato il comando alla lettera.
L’intuizione più spaventosa del film è proprio questa: il desiderio funziona come un prompt. Dai un ordine ambiguo a qualcosa che non comprende davvero l’essere umano, e ciò che ottieni indietro è formalmente corretto ma spiritualmente mostruoso. Barker non nomina mai esplicitamente l’intelligenza artificiale, eppure il film ne è impregnato culturalmente. La maledizione di Bear somiglia a un gigantesco “alignment failure”: il sistema esegue il compito, ma distrugge il significato.
A rendere tutto ancora più disturbante è la straordinaria interpretazione di Inde Navarrette. Il suo lavoro sul corpo è impressionante: passa dalla vulnerabilità alla deformazione emotiva con una naturalezza aliena, trasformando il sorriso in qualcosa di profondamente innaturale. Non è la classica scream queen. Non fugge dall’orrore. È l’orrore.
E Barker è abbastanza intelligente da non spiegare mai troppo. Non cerca simbolismi esasperati, non verbalizza il sottotesto, non costruisce lore inutili. Lascia immagini sospese, disturbanti, apparentemente prive di logica — Nikki immobile, Nikki che sorride troppo a lungo, Nikki nascosta sotto una pianta — e permette allo spettatore di fare il resto. È il principio cardine del perturbante: ciò che ci terrorizza davvero non è ciò che comprendiamo, ma ciò che il cervello continua a elaborare anche dopo i titoli di coda.
Persino i jumpscare, spesso usati come stampelle narrative dall’horror contemporaneo, qui funzionano perché nascono organicamente dalla tensione. Barker non li usa per svegliare lo spettatore: li usa per punirlo. E nel frattempo orchestra un equilibrio difficilissimo tra ironia, romanticismo malato e puro terrore visivo. Il film sa essere perfino divertente, ma di una comicità deformata, nervosa, che aumenta il disagio invece di alleggerirlo.
Dietro l’intrattenimento, però, pulsa qualcosa di profondamente triste. Obsession è anche il racconto di una generazione incapace di relazionarsi senza trasformare l’altro in una proiezione personale. Una generazione che desidera connessioni immediate, perfette, prive di conflitto. E che, nel tentativo di eliminare la fatica dell’amore reale, finisce per generare simulacri emotivi terrificanti.
Per questo il film colpisce così tanto. Non parla di possessioni demoniache nel senso classico. Parla della paura di essere sostituiti da una versione più semplice di noi stessi. O peggio: della tentazione di preferirla.
Con pochissimi mezzi ma un controllo registico impressionante, Curry Barker realizza uno degli horror più intelligenti e disturbanti degli ultimi anni. Un’opera che conferma ancora una volta come il genere horror resti il linguaggio più efficace per raccontare ciò che stiamo diventando, soprattutto quando smettiamo di capire davvero cosa desideriamo.
Ilaria Berlingeri