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Con Oi vita mia, Pio e Amedeo abbandonano i terreni comodi delle loro precedenti incursioni cinematografiche e si cimentano per la prima volta nella doppia veste di registi e interpreti, scegliendo la loro Puglia come unico orizzonte narrativo. Il risultato è una commedia che sorprende per equilibrio, maturità e – soprattutto – per l’umanità che riesce a far emergere da personaggi e situazioni solo in apparenza grotteschi.
La storia prende avvio da un imprevisto: la comunità di recupero per ragazzi diretta da Pio è costretta a trasferirsi nella casa di riposo dove lavora l’amico Amedeo. Ne deriva una convivenza forzata tra adolescenti irrequieti e anziani smemorati, due mondi che sembrano incompatibili ma che, proprio attraverso il conflitto quotidiano, finiscono per sfiorarsi, contaminarsi e – in molti casi – aiutarsi a vicenda. In questo terreno pieno di contrasti si muovono anche le vite dei due protagonisti: Pio affronta una relazione che scricchiola, Amedeo cerca un modo di comunicare con la propria figlia, ribelle e insofferente.
La coppia pugliese, spesso etichettata come baluardo del politicamente scorretto, qui utilizza la comicità per affrontare con leggerezza questioni complesse: dalla malattia alla disabilità, dal ruolo delle strutture assistenziali alla dignità del fine vita. È un equilibrio sottile, che avrebbe potuto facilmente scivolare nel cattivo gusto, e che invece trova uno spazio di naturalezza, privo di fronzoli moralistici. La forza della loro scrittura sta proprio nel nominare le cose senza filtri, rovesciando i pregiudizi con la stessa immediatezza che ha caratterizzato certa grande commedia all’italiana.
In questo contesto spicca l’interpretazione dolcissima di Lino Banfi, qui nei panni di Mario, un anziano malato di Alzheimer che filma il mondo con una piccola videocamera sempre accesa. Il suo personaggio, affettuoso e fragile, diventa il fulcro emotivo dell’opera e consente al film di avvicinare con delicatezza un tema complesso come la libertà di scelta nella fase finale della vita. L’omaggio che Pio e Amedeo gli dedicano è evidente e mai ruffiano, ed è uno dei momenti più autentici del film.
La regia sceglie toni leggeri, a volte volutamente pop, inserendo trovate comiche che funzionano proprio perché innestate con naturalezza nel flusso narrativo: dalle t-shirt ironiche di Amedeo alle gag che giocano con il mondo delle comunità e degli assistenti sociali. Alcuni passaggi risultano meno efficaci – come il cameo di un improbabile Luca Argentero sudamericano – ma il film recupera subito ritmo grazie a una serie di intuizioni visive e alla complicità ben rodata dei due protagonisti. Il montaggio di Simonpietro Saraceno si prende i suoi tempi e dà respiro alle loro dinamiche, evidenziando una sintonia ormai consolidata.
Pur con qualche lunghezza e qualche immagine troppo “da cartolina”, Oi vita mia non cade nella trappola della commedia facile. La sua forza non sta nelle situazioni slapstick o nei siparietti improvvisi, ma nella capacità di raccontare l’incontro – e lo scontro – tra generazioni con un tono che resta leggero senza mai diventare superficiale. C’è un’eco lontana di Troisi, un cenno affettuoso a Monicelli, ma soprattutto c’è la volontà di costruire una storia che parli di persone prima che di ruoli o categorie.
Alla fine, ciò che rimane è un senso di sincerità: la sensazione che Pio e Amedeo abbiano voluto mettere in scena una commedia che non solo diverte, ma che prova a dire qualcosa sul nostro modo di stare insieme, sulle distanze che ci separano e sui ponti imprevisti che talvolta ci uniscono. Perfino il loro celebre politicamente scorretto trova qui una forma più matura, più consapevole, quasi rigenerata.
Forse non tutto fila alla perfezione, ma Oi vita mia ha un cuore grande e pulsante. Ed è questo, alla fine, che resta impresso.
Alessandra Broglia