Fuori concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia, arriva in sala dal 27 novembre distribuito da Double Line
Con Orfeo, Virgilio Villoresi firma un esordio nel lungometraggio che assomiglia più a un incantesimo che a un semplice film. La storia parte da un dettaglio minimo – un giovane pianista che, dal palco fumoso di un locale milanese, incrocia lo sguardo magnetico di una ragazza – e da lì scivola rapidamente in territori dove la logica si piega alla visione. Quando Eura sparisce senza spiegazioni, Orfeo la insegue fino a una porta anonima che si rivela essere il varco per un altrove inquieto e seducente, governato da figure enigmatiche e presenze che sembrano uscite da un sogno a metà tra fiaba nera e allegoria.
Il regista utilizza il mito classico solo come spunto: ciò che interessa davvero è creare una dimensione autonoma, sospesa, dove la morte, la memoria e il desiderio diventano materia plastica. È evidente il dialogo con Poema a fumetti di Buzzati, ma Villoresi non si limita a tradurlo: lo assorbe e lo ridisegna, attenuando la malinconia milanese originaria per trasformarla in un labirinto visivo che vibra di artigianalità. La scelta della pellicola in 16mm, delle scenografie costruite in studio e della stop motion conferisce al viaggio di Orfeo una consistenza tattile, quasi polverosa, che contrasta con la natura effimera delle visioni che lo assediano.
A impressionare, però, non è solo la confezione. Orfeo è un film che guarda il mondo attraverso aperture, finestre, fessure, come se il vedere – e l’essere visti – fosse la vera ossessione del racconto. Le superfici riflettenti, i giochi di trasparenze, gli scorci sulla città che resta ignara dell’inferno dietro le sue porte: tutto concorre a costruire un universo dove ogni immagine è un inganno e insieme una rivelazione. È un cinema che richiama Méliès, Cocteau, certi lampi di Mandico, ma sempre filtrati da una personalità che non teme di contaminare linguaggi e tecniche pur mantenendo coerenza stilistica.
Luca Vergoni presta al protagonista uno sguardo che oscilla tra stupore e smarrimento; più che un eroe tragico, il suo Orfeo sembra un esploratore trascinato da un capriccio del destino, disposto a oltrepassare ogni soglia pur di ritrovare la donna che lo ha stregato. Attorno a lui si muovono apparizioni – umane e animate – che incarnano desideri, rimpianti, pulsioni e paure, in una sequenza di quadri sempre diversi, sempre sorprendenti.
Il film scorre come un sogno lucido: brevi episodi, immagini incastonate come frammenti di memoria, situazioni che sfuggono alla narrazione lineare per aprirsi a un immaginario in cui l’aldilà è un teatro dai confini incerti. Dietro la meraviglia formale si intravede una riflessione sul cinema stesso, sulla sua natura di artificio che però riesce a evocare qualcosa di profondamente umano.
Orfeo è un gesto radicale nel panorama italiano contemporaneo: un’opera che rifiuta l’adesione al realismo per inseguire una personalissima “fantasmagoria”, un carosello di visioni che non cerca il plausibile ma l’emozione pura. In poco più di un’ora, Villoresi costruisce un mondo che non esiste e che, proprio per questo, rimane scolpito nella mente dello spettatore. Una dichiarazione d’amore per l’immaginazione e per il potere delle immagini di riscrivere la realtà.
Ilaria Berlingeri