“Scolpire la Luce” porta a Roma oltre trent’anni di ricerca dell’artista uruguaiano: 55 opere trasformano il museo in un viaggio verticale tra memoria, energia e infinito
Roma si prepara ad accogliere un’esperienza artistica che va oltre la semplice esposizione scultorea. Dal 19 maggio al 21 giugno 2026, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea apre le sue sale a Scolpire la Luce, la grande mostra dedicata a Pablo Atchugarry, uno dei più intensi interpreti contemporanei del marmo.
Dopo anni di assenza dalla capitale, l’artista uruguaiano — da tempo profondamente legato all’Italia — torna con un progetto monumentale che attraversa tre decenni di ricerca e mette in scena un dialogo continuo tra peso e leggerezza, silenzio e slancio, materia e spiritualità.
Atchugarry non scolpisce semplicemente il marmo: lo libera. Seguendo la tradizione michelangiolesca del “levare”, affronta personalmente ogni blocco di pietra, scavando nella compattezza dello statuario di Carrara fino a trasformarlo in una presenza quasi immateriale. Le sue superfici sembrano vibrare, attraversate da pieghe profonde che catturano la luce e la restituiscono come movimento.
Le sue sculture non occupano lo spazio: lo attraversano. Si innalzano come fiamme, alberi, vele o architetture organiche, suggerendo un’ascesa continua verso qualcosa di invisibile ma percepibile. Osservarle significa compiere un gesto fisico: alzare lo sguardo. Ed è proprio in questa tensione verticale che l’opera di Atchugarry trova la sua dimensione più autentica.
La mostra si apre già all’esterno del museo con tre grandi installazioni collocate sulla scalinata della GNAMC: Search of the Future, Viaje hacia los sueños e Albero della vita. Tre opere monumentali che accolgono il visitatore come presenze simboliche, sospese tra natura, viaggio interiore e tensione verso il futuro.
Il percorso espositivo raccoglie cinquantacinque sculture e restituisce tutta la varietà della poetica dell’artista. Accanto ai celebri marmi bianchi compaiono infatti legni scolpiti ricavati da ulivi secolari, alabastro, bronzi smaltati e grandi strutture in acciaio. Materiali differenti che Atchugarry utilizza come linguaggi emotivi: il legno conserva una memoria organica e terrena, il bronzo acquista dinamismo aerodinamico, mentre l’acciaio dialoga con aria e paesaggio trasformando la scultura in ambiente.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’esposizione è il confronto diretto con la collezione permanente del museo. Alcune opere di Atchugarry saranno infatti collocate accanto ai lavori di maestri come Jean Arp, Lucio Fontana, Alberto Giacometti e Henry Moore. Un accostamento che non cerca il confronto storico, ma una continuità di visione: la scultura come energia viva, capace di trasformare lo spazio e la percezione.
A suggellare il legame con Roma e con la GNAMC sarà anche una donazione speciale: Splendore, una nuova opera in marmo bianco realizzata appositamente per entrare nella collezione permanente del museo. Un gesto che rende la mostra non solo un evento temporaneo, ma un’eredità destinata a restare.
Curata da Gabriele Simongini, l’esposizione restituisce tutta la forza poetica di un artista che continua a lavorare la materia con un approccio quasi rituale. Per Atchugarry scolpire significa interrogare l’invisibile, cercare un equilibrio tra disciplina tecnica e tensione spirituale. Le sue opere sembrano nate da una contraddizione impossibile: rendere il marmo leggero, fluido, persino vulnerabile.
E proprio in questa apparente impossibilità risiede il fascino della mostra. Scolpire la Luce non è soltanto una retrospettiva, ma un invito a rallentare lo sguardo e ad attraversare la materia fino a scoprirne la parte più luminosa e umana.
Alberto Leali