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Dopo aver ambientato l’orrore in un obitorio con Autopsy e su una nave infestata in Demeter – Il risveglio di Dracula, André Øvredal continua il suo personale viaggio nei territori della paura scegliendo stavolta uno dei miti più iconici del cinema americano: la strada. Ma in Passenger il viaggio non è libertà, scoperta o rinascita. È qualcosa di molto più oscuro.
L’idea alla base del film è senza dubbio affascinante: prendere l’immaginario del road movie e contaminarlo con un horror fatto di presenze invisibili, superstizioni e paranoia. Maddie e Tyler, interpretati da Lou Llobell e Jacob Scipio, decidono di lasciarsi alle spalle una vita stabile per vivere in camper attraversando l’America. Ma durante una traversata notturna, dopo aver soccorso le vittime di un incidente, finiscono nel mirino di una misteriosa entità chiamata “The Passenger”, spirito maligno che perseguita i viaggiatori della notte.
Øvredal conferma ancora una volta di saper costruire atmosfera. La tensione funziona soprattutto nella prima parte, quando il film gioca sull’ambiguità tra suggestione e soprannaturale. Ombre tra gli alberi, volti intravisti per pochi istanti, immagini catturate dalle dashcam e silenzi improvvisi contribuiscono a creare un senso costante di inquietudine. Il regista gestisce bene gli spazi e riesce a trasformare il van dei protagonisti in una sorta di prigione mobile dove il pericolo sembra sempre a pochi metri di distanza.
Dal punto di vista visivo, Passenger regala anche alcune sequenze davvero riuscite. Una scena ambientata in un parcheggio isolato riesce a essere sorprendentemente angosciante nella sua semplicità, mentre il momento del drive-in — con le immagini di Vacanze romane che si intrecciano all’orrore — è probabilmente il passaggio più suggestivo e originale del film. Øvredal continua inoltre a preferire effetti pratici, luci naturali e atmosfere sporche, evitando l’abuso di CGI che spesso impoverisce l’horror contemporaneo.
Il problema è che Passenger sembra avere idee più interessanti della loro effettiva elaborazione. Il film accenna continuamente a una mitologia fatta di folklore, simboli religiosi e leggende tramandate tra nomadi della strada, ma approfondisce poco questi elementi, lasciandoli sullo sfondo. Anche il personaggio interpretato da Melissa Leo — probabilmente il più intrigante dell’intero racconto — appare quasi sottoutilizzato.
Allo stesso modo, l’America raccontata dal film resta più evocata che realmente esplorata. E considerando quanto il cinema horror on the road abbia spesso utilizzato le strade americane come metafora sociale e culturale, qui si ha la sensazione che il contesto rimanga un po’ troppo indefinito. Passenger preferisce concentrarsi sull’esperienza immediata dello spavento, puntando molto su jumpscare e tensione sensoriale più che sulla costruzione di un sottotesto realmente incisivo.
Questo però non significa che il film non funzioni. Anzi, Øvredal dimostra mestiere e un controllo del ritmo superiore alla media. Sa quando mostrare il mostro, quando lasciarlo intuire e come orchestrare il crescendo di tensione senza perdere completamente il controllo della narrazione. Anche il finale, che vira apertamente verso un horror religioso e simbolico, pur senza sorprendere davvero, mantiene una sua forza visiva.
Forse a Passenger manca quel guizzo visionario o quella follia capace di renderlo memorabile come i migliori horror contemporanei. Ma resta comunque un film capace di regalare momenti autenticamente inquietanti e di recuperare con intelligenza il fascino dell’horror on the road. Un viaggio imperfetto, certo, ma abbastanza oscuro e coinvolgente da meritare di essere intrapreso.
Ilaria Berlingeri