Al cinema dal 7 maggio con Eagle Pictures
C’è un modo elegante per parlare di misteri senza sporcarli di cinismo: si chiama cosy. E Pecore sotto copertura lo abbraccia con una sicurezza quasi disarmante, trasformando un omicidio in una favola investigativa dove il brivido lascia spazio al tepore. Non è solo un film: è una tazza di tè caldo mentre fuori piove, con un cadavere sul tappeto e un gregge che osserva in silenzio.
L’idea di partenza è già una dichiarazione d’intenti: un pastore dal cuore gentile (Hugh Jackman) viene trovato morto, e a indagare non sono detective navigati ma… le sue pecore. Animali che ascoltavano gialli ogni sera e che ora decidono di applicarne le regole. Sembra una trovata assurda, e invece funziona proprio perché non cerca mai di giustificarsi. Accade, e basta. E tu spettatore lo accetti, come si accetta una regola delle fiabe.
La regia di Kyle Balda (con una sceneggiatura firmata da Craig Mazin, uno che sa passare da The Last of Us a Chernobyl senza perdere un colpo) costruisce un equilibrio curioso: da una parte la struttura classica del whodunit alla Knives Out, dall’altra un’anima tenera che richiama Babe – Maialino coraggioso. In mezzo, un’operazione chirurgica di adattamento dal romanzo di Leonie Swann, alleggerito dalle ombre più cupe per diventare accessibile senza risultare superficiale.
Il vero colpo di scena, però, non è l’identità dell’assassino. È scoprire che il cuore del film non batte nel mistero, ma nelle sue pecore. Ognuna è un archetipo umano travestito da lana: chi ricorda troppo, chi dimentica per sopravvivere, chi resta ai margini. E proprio lì, tra belati e sospetti, il film trova la sua voce più autentica: parlare di perdita, appartenenza e identità senza mai appesantire.
Certo, non tutto fila liscio. Gli umani restano spesso sullo sfondo, quasi comparse in un mondo che non gli appartiene più davvero. E la perfezione tecnica delle pecore in CGI rischia a tratti di togliere quella ruvidità emotiva che avrebbe reso il tutto ancora più vivo. Ma sono dettagli in un meccanismo che sa esattamente cosa vuole essere.
Perché Pecore sotto copertura non vuole stupire con il colpo di scena finale. Vuole accompagnarti. Farti sorridere, magari commuoverti senza che te ne accorga. E soprattutto ricordarti che anche le storie più semplici — un gruppo, una perdita, una verità da scoprire — possono contenere domande enormi.
In un panorama ossessionato da franchise e formule ripetute, questo è un piccolo atto di resistenza gentile. Un film che sussurra invece di urlare. E proprio per questo, arriva più lontano.
Ilaria Berlingeri