Al cinema dal 12 febbraio con I Wonder Pictures
Con Pillion, Harry Lighton firma un esordio sorprendentemente sicuro, capace di affrontare territori delicati senza timidezza né compiacimento. Ispirato alla novella Box Hill di Adam Mars-Jones, il film trasporta nel presente una storia nata negli anni Settanta, dimostrando quanto le domande su identità, desiderio e consenso restino irrisolte e urgenti.
Il protagonista è Colin, giovane uomo introverso e gentile, diviso tra un lavoro diurno che lo rende impopolare (è un vigile urbano incaricato delle multe) e una vita serale fatta di canto corale e malinconia. La sua esistenza ordinata viene scossa dall’incontro con Ray, motociclista carismatico e dominante, figura che incarna una mascolinità tanto magnetica quanto impenetrabile. Tra i due l’attrazione è immediata, ma ciò che nasce non è una storia d’amore convenzionale: Ray stabilisce le regole, Colin le accetta, scoprendo nel ruolo di sottomesso una forma di piacere e di appartenenza che non aveva mai conosciuto.
Lighton racconta questa relazione asimmetrica con uno sguardo asciutto e mai sensazionalistico. Le dinamiche BDSM, centrali nella narrazione, vengono presentate come pratiche consensuali, inserite in un percorso di scoperta personale piuttosto che usate come elemento provocatorio. Il film non chiede allo spettatore di giudicare, ma di osservare come un equilibrio apparentemente stabile possa incrinarsi quando entrano in gioco bisogni diversi: per Colin il desiderio di essere visto e amato, per Ray la necessità di mantenere il controllo e la distanza emotiva.
Gran parte della riuscita dell’opera passa dalle interpretazioni. Harry Melling costruisce un Colin di rara delicatezza, fatto di piccoli gesti, esitazioni e sguardi che cercano conferme. È un personaggio disarmante nella sua vulnerabilità, mai ridotto a vittima passiva. Alexander Skarsgård, dal canto suo, evita la trappola del dominatore monolitico: dietro la postura rigida e il silenzio si intravedono crepe, solitudine e una sofferenza che il personaggio non sa – o non vuole – nominare.
L’universo dei biker gay, ricreato anche grazie alla collaborazione con il Gay Bikers Motorcycle Club, non è semplice sfondo esotico, ma parte integrante del discorso del film. Cuoio, moto, rituali di gruppo e gerarchie interne diventano strumenti per interrogare un’idea iper-codificata di virilità, rivelandone le tensioni e le contraddizioni. In questo senso, Pillion dialoga idealmente con opere come Skorpio Rising di Kenneth Anger, condividendone lo sguardo quasi antropologico su una sottocultura chiusa e fortemente simbolica.
Nonostante una promozione che insiste sull’aspetto erotico e scandaloso, il film è molto più di una rom-com trasgressiva. Lighton lavora per sottrazione, alternando momenti di ironia a passaggi di autentica malinconia, fino a spostare progressivamente il baricentro emotivo della storia. Quando il sentimento irrompe in una relazione costruita sul controllo, l’armonia si spezza e il film trova la sua dimensione più dolorosa e umana.
Sotto la superficie di Pillion si muove un melodramma inatteso sulla formazione del desiderio e sul rischio di perdersi nell’immagine che gli altri proiettano su di noi. È un racconto che parla di libertà, ma anche del prezzo che essa comporta, e lo fa con una lucidità rara per un’opera prima. Senza moralismi né facili assoluzioni, Lighton ci ricorda che accettarsi non significa smettere di interrogarsi, ma avere il coraggio di capire chi siamo e cosa siamo disposti a condividere.
Alessandra Broglia