Vincitore del Platform Award al Toronto International Film Fest, al cinema dal 22 gennaio con Movies Inspired
Polvo serán – Polvere di stelle di Carlos Marqués-Marcet affronta uno dei territori più scivolosi del cinema contemporaneo – il fine vita – scegliendo la strada meno ovvia: non il film-tesi, non il melodramma programmatico, ma un racconto sul legame, sulla rappresentazione e su ciò che resta quando l’amore si misura con l’irreversibile.
Claudia (Ángela Molina) è un’attrice di teatro all’apice della maturità artistica. Durante le prove di Medea scopre di essere affetta da un tumore cerebrale incurabile. La diagnosi arriva come uno strappo netto, subito seguito da una decisione altrettanto netta: non aspettare il lento avanzare della malattia, ma scegliere il suicidio assistito in Svizzera. Flavio (Alfredo Castro), regista teatrale e compagno di una vita, non solo accetta quella scelta, ma decide di condividerla fino in fondo, incapace di immaginare un’esistenza senza di lei. Quando la figlia Violeta (Mònica Almirall) e gli altri figli della coppia vengono messi al corrente del progetto, la vicenda privata si trasforma in una frattura familiare, dove amore, responsabilità e libertà entrano in collisione.
Polvo serán è un film attraversato da tre linee che raramente il cinema riesce a far convivere senza cedimenti: la rappresentazione concreta della malattia, il racconto familiare e l’irruzione del musical. Il rischio di squilibrio è evidente, ma è proprio in questa instabilità che il film trova la sua forza.
La dimensione realistica non viene mai edulcorata: il corpo di Claudia è subito segnato da crisi, paralisi, cedimenti improvvisi. La malattia non è un concetto astratto, ma una presenza che modifica lo spazio, i tempi, le relazioni. Accanto a questa linea, però, il film introduce numeri cantati e coreografati che non funzionano come evasione o puro ornamento. Al contrario, emergono come prolungamenti visionari dello stato emotivo dei personaggi, come se la parola, a un certo punto, non fosse più sufficiente. La danza e il canto – curati dalla compositrice Maria Arnal e dal coreografo Marcos Morau – diventano una lingua alternativa, laterale, capace di dare forma a ciò che nella famiglia resta impronunciabile.
Il musical, qui, non sospende la realtà: la incrina. È un dispositivo che espone l’artificio della messa in scena, ricordandoci continuamente che Claudia e Flavio sono artisti, persone che hanno passato la vita a rappresentare emozioni e tragedie. Non a caso il film si apre con una tenda teatrale e ritorna più volte sul confine ambiguo tra vita e recitazione. La loro decisione finale assume così i contorni di una “ultima messinscena”, consapevole e terribilmente concreta, dove anche il congedo viene preparato come un atto performativo.
In questo quadro, la figura di Violeta è centrale. Non è un semplice personaggio di contorno, ma il punto di attrito morale del racconto. Comprende la profondità del legame dei genitori, ma fatica ad accettare una scelta che la esclude e la ferisce. Il suo tentativo di restare accanto senza trasformarsi in giudice restituisce al film una dimensione etica complessa: l’atto individuale, quando diventa patto di coppia, smette di appartenere solo a chi lo compie e ricade inevitabilmente sugli altri. Almirall, al debutto cinematografico, dà al personaggio una tensione nervosa e trattenuta che evita ogni ricatto emotivo.
Straordinaria è anche la prova di Molina e Castro. Lei attraversa il film con una lucidità feroce, capace di trasformare il dolore in gesto essenziale; lui incarna il conflitto di un amore assoluto che rischia di diventare anche una forma di fuga. Marqués-Marcet non li trasforma mai in portatori di una tesi: li osserva nei dettagli quotidiani, nei silenzi, negli scarti improvvisi, lasciando che siano le contraddizioni a parlare.
Polvo serán non chiede allo spettatore di essere d’accordo. Chiede, piuttosto, di prendere parte a una riflessione scomoda sul modo in cui affrontiamo la fine, sugli affetti che resistono e su quelli che restano feriti. Rifiuta la retorica della “bella morte” e mostra invece la normalizzazione dell’addio, fatta di procedure, linguaggi amministrativi, gentilezze istituzionali che convivono con l’abisso. È un film imperfetto, talvolta spigoloso, ma profondamente onesto nel suo tentativo di trovare una forma per l’irrappresentabile.
Alla fine resta l’immagine evocata dal titolo: la polvere come destino comune, materia elementare che cancella le biografie ma non il peso dei legami. Marqués-Marcet filma quel pensiero senza proclami, affidandosi alla forza della messa in scena e alla fragilità dei corpi. Ed è proprio in questa fiducia, rischiosa e rara, che Polvo serán trova la sua necessità.
Francesca Chiara Sinno