Presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, sarà disponibile su HBO Max dal 20 febbraio
C’è un momento, in Portobello, in cui il tribunale smette di essere un’aula e diventa un palcoscenico. Le toghe sembrano maschere, le testimonianze si trasformano in monologhi febbrili, la verità scivola via come un fondale che qualcuno tira troppo in fretta. È lì che si capisce la grandezza dell’ultima serie di Marco Bellocchio: non un semplice racconto giudiziario, ma un affondo vertiginoso nella rappresentazione del potere, della colpa e dell’innocenza.
Dopo Esterno notte, il regista torna a confrontarsi con una ferita della storia italiana e lo fa con una libertà espressiva che ha il coraggio dell’autore maturo. La vicenda di Enzo Tortora – travolto nel 1983 da accuse infamanti e infondate nell’ambito dell’inchiesta contro la Nuova Camorra Organizzata – diventa il centro di un’opera che è insieme politica e metafisica. Non interessa soltanto la cronaca dell’errore giudiziario: ciò che conta è il meccanismo, l’ingranaggio collettivo che rende possibile l’assurdo.
Bellocchio non mette in scena solo un processo, ma un Paese intero. Dalla televisione che crea miti popolari alle redazioni pronte a sacrificare l’etica sull’altare dello scoop, dalle carceri ai salotti borghesi, l’Italia appare come una platea ipnotizzata che assiste – e partecipa – alla demolizione pubblica di un uomo. Il celebre conduttore di Portobello, volto familiare a milioni di spettatori, viene risucchiato in una spirale che ha il ritmo di un incubo kafkiano e la crudeltà di una tragedia greca.
Fabrizio Gifuni offre un’interpretazione semplicemente monumentale. Non si limita a imitare Tortora: lo attraversa. La sua è una prova che unisce precisione mimetica e profondità morale. Nel suo sguardo si legge lo sgomento di chi crede nella ragione e si trova davanti all’arbitrio; nella voce trattenuta vibra una dignità che non scivola mai nell’enfasi. Gifuni costruisce un martire laico, un uomo normale che la macchina giudiziaria trasforma in simbolo.
Attorno a lui si muove un cast straordinario. Lino Musella tratteggia un Giovanni Pandico inquietante e fragile, figura ambigua in cui fanatismo e delirio si intrecciano. Paolo Pierobon, nei panni dell’avvocato difensore, restituisce il peso di una battaglia combattuta con la sola arma della razionalità. E poi una galleria di personaggi – giudici, pentiti, mitomani, detenuti – che Bellocchio osserva senza indulgenza ma con lucidità chirurgica, componendo un mosaico umano dove il grottesco convive con il tragico.
Visivamente, la serie è di una potenza rara. Le aule bunker ricordano hangar industriali, spazi spogli in cui l’individuo si smarrisce. Le carceri diventano stazioni di un pellegrinaggio doloroso attraverso l’Italia. Le dissolvenze a nero scandiscono il tempo come colpi di sonno improvvisi: è l’incubo che si chiude su se stesso, senza concedere tregua. Anche nei momenti più visionari – apparizioni surreali, deviazioni quasi felliniane, simboli che affiorano e scompaiono – Bellocchio mantiene un rigore che impedisce alla narrazione di disperdersi.
Fondamentale è la dimensione sonora, che non è semplice accompagnamento, ma architettura emotiva che sostiene ogni scena. I telegiornali, scanditi dalla voce di Massimo Valentini, diventano un controcanto implacabile, una litania mediatica che amplifica il processo fuori dall’aula. E la musica di Teho Teardo svolge un ruolo decisivo: con pochi strumenti, lavorando intensamente e registrando per un anno intero, il compositore costruisce una tensione costante, sotterranea, che accompagna lo spettatore come un battito irregolare.
Ciò che rende Portobello un’opera necessaria è la sua capacità di parlare al presente. Il racconto di un errore giudiziario degli anni Ottanta diventa una riflessione bruciante sulla responsabilità collettiva, sul rapporto tra informazione e giustizia, sulla facilità con cui un’intera comunità può lasciarsi trascinare dalla suggestione. Bellocchio non assolve nessuno: né i magistrati, né i giornalisti, né il pubblico. La vera domanda che attraversa la serie non è soltanto “Tortora è innocente?”, ma “come è stato possibile?”.
Eppure, nonostante la materia dolorosa, Portobello è attraversata da una forza vitale sorprendente. C’è indignazione, certo, ma anche una fiducia ostinata nell’arte come strumento di chiarificazione. Bellocchio, con la libertà di chi non ha mai smesso di interrogare il potere, firma un’opera che unisce complessità e coinvolgimento, rigore storico e slancio poetico.
Il risultato è una serie che non si limita a ricostruire un caso emblematico: lo trasfigura, lo eleva a parabola universale. E quando risuona quella frase – «Sono innocente, spero lo siate anche voi» – non è soltanto un uomo a parlare, ma un’intera coscienza civile che chiama in causa lo spettatore.
Con Portobello, Marco Bellocchio dimostra ancora una volta di essere non solo un maestro del cinema, ma uno dei pochi autori capaci di trasformare la serialità in un’opera d’arte totale. Un racconto potente, necessario, memorabile.
Alessandra Broglia