Al cinema dal 15 gennaio con Eagle Pictures
Prendiamoci una pausa, diretto da Christian Marazziti e scritto insieme a Mauro Graiani e Gianni Corsi, si inserisce nel solco della commedia corale italiana, quella popolata da volti familiari, relazioni intrecciate e crisi affettive che riflettono (con più o meno lucidità) il presente. Il film parte da una costellazione di personaggi diversi per età, desideri e disillusioni, ma uniti da un medesimo impulso: allontanarsi, almeno per un momento, dalla propria relazione perché “i sentimenti non sono più quelli di prima”.
Al centro del racconto ci sono Walter e Fiorella (Marco Giallini e Claudia Gerini). Si sono amati, sposati, hanno costruito una famiglia e un’attività di successo: un ristorante di cucina romana che per Walter è diventato molto più di un lavoro. È una missione totalizzante, quasi un’ossessione, che lo rende emotivamente assente e incapace di leggere la complessità del mondo che cambia, a partire dalle scelte dei figli. Fiorella, al contrario, è una donna che ha attraversato il tempo senza restarne indietro, e la sua stanchezza non è un capriccio, ma una presa di coscienza.
Intorno a loro si muovono altre storie: Fabrizio (Fabio Volo), innamorato di Valeria (Ilenia Pastorelli) mentre lei sembra già altrove; Erica (Aurora Giovinazzo), sospesa tra un’amicizia solida e una relazione virtuale che evapora dopo un incontro reale; Gianni (Paolo Calabresi), sessantenne teorico del “poliamore inconsapevole”, che frammenta il femminile in ruoli stereotipati convinto di poterli ricomporre in una donna ideale. Tutti cercano qualcosa, spesso senza sapere esattamente cosa, e quasi nessuno è davvero disposto ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Il film soffre inizialmente di un’eccessiva volontà di tenere tutto insieme. L’impianto corale appare forzato, i continui incastri narrativi sembrano più un esercizio di stile che una reale necessità drammaturgica, e la messa in scena restituisce ambienti che vorrebbero essere contemporanei ma risultano già datati. Anche alcuni espedienti – la voce fuori campo, certi riferimenti alla fluidità o all’inclusività – restano in superficie, evocati più che esplorati.
Quando però la storia introduce uno slittamento temporale, il racconto acquista finalmente respiro. Il tempo smette di essere una linea retta e diventa materia emotiva: ritorno, sospensione, occasione mancata o forse recuperabile. È in questo momento che Prendiamoci una pausa prova davvero a interrogarsi sul senso delle scelte e sulle possibilità di cambiamento, suggerendo che non tutto ciò che si interrompe è destinato a finire.
Gran parte dell’efficacia del film passa dagli attori. Marco Giallini è il vero baricentro emotivo: il suo Walter è ruvido, imperfetto, spesso fuori fuoco rispetto al presente, ma proprio per questo credibile. Funzionano molto bene le sue interazioni con Claudia Gerini, che costruisce una Fiorella solida, lucida e mai didascalica, e con Paolo Calabresi, il cui personaggio porta una leggerezza ironica che evita il giudizio morale. Interessanti anche Fabio Volo e Ilenia Pastorelli, rappresentazione di una crisi sentimentale più giovane e disincantata, e la prova di Aurora Giovinazzo, che restituisce con sensibilità la fragilità di una generazione ancora in cerca di definizione.
Non è un film perfetto, e non pretende di esserlo. Alterna momenti sinceri ad altri più prevedibili, intuizioni riuscite a soluzioni televisive. Ma nel suo tentativo di ribaltare il significato della “pausa”, trasformandola da minaccia a possibilità, riesce a toccare un nervo scoperto. Prendiamoci una pausa suggerisce che fermarsi non equivale sempre a rinunciare: a volte è l’unico modo per capire chi siamo diventati e decidere, finalmente, se e come continuare.
Alessandra Broglia