La musica come ferita e come risveglio nel debutto cinematografico di Damiano Michieletto. Al cinema dal 25 dicembre con Warner Bros. Italia
Cecilia non ha mai visto il volto di sua madre. Da vent’anni vive all’interno dell’Ospedale della Pietà, orfanotrofio veneziano dove le bambine vengono educate alla musica per diventare, da adulte, strumenti di sostentamento economico dell’istituzione. Le lettere che Cecilia scrive a quella madre sconosciuta — più pensieri che messaggi reali — diventano l’asse emotivo di Primavera, film d’esordio per il cinema di Damiano Michieletto, regista noto soprattutto per la sua visione radicale dell’opera lirica.
Siamo nella Venezia del 1716, lontana da qualsiasi immagine turistica: una città umida, opaca, attraversata dalla nebbia e dalla fatica quotidiana. Qui Cecilia (Tecla Insolia), violinista dotata di un talento fuori dal comune, suona dietro una grata per un pubblico aristocratico che non deve vedere il suo volto. Il suo destino è già scritto: il matrimonio con un uomo che pagherà una dote, e l’abbandono definitivo della musica. È in questo equilibrio forzato che irrompe Antonio Vivaldi (Michele Riondino), prete per necessità, musicista geniale e uomo irrisolto, chiamato a risollevare le sorti artistiche dell’istituto.
Il titolo Primavera non è casuale. Il film nasce dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, ma Michieletto sceglie di spostare l’attenzione dal dolore statico alla possibilità di un risveglio. La “primavera” è quella interiore di Cecilia, scossa dall’incontro con un maestro che riconosce in lei un’ossessione simile alla propria: la musica come unica forma possibile di esistenza. Non una consolazione, ma una necessità vitale.
In Primavera la musica non accompagna la narrazione: la sostituisce. Michieletto, forte della sua formazione teatrale, affida alle note ciò che il cinema non ha bisogno di spiegare a parole. I violini diventano strumenti di rabbia e desiderio, di rivolta silenziosa. «Ci avete dato gli strumenti per maledirvi», dice qualcuno nel film, e raramente una frase è stata più aderente al senso profondo di una colonna sonora.
La genesi de Le quattro stagioni attraversa il racconto come un’eco sotterranea, culminando in momenti di pura tensione emotiva. Una scena all’aperto, immersa nella natura, suggerisce il “miracolo” della primavera come evento sonoro prima ancora che narrativo. La musica non promette salvezza, ma accende una consapevolezza che non può più essere repressa.
Il paragone con Gloria! è inevitabile: stesso periodo storico, stesse istituzioni musicali femminili, stessa tensione emancipatoria. Ma Primavera percorre una strada opposta. Se il film di Margherita Vicario cercava l’urgenza del pop e dell’anacronismo, Michieletto sceglie la compostezza del classico. Il suo è un cinema misurato, che non cerca di imporsi ma di ascoltare.
La Venezia che ci viene mostrata è lontana dalla cartolina: sporca, fredda, sospesa. Gli esterni — giardini, canali, cieli aperti — non sono decorativi, ma segnano la scoperta del cinema da parte di un autore abituato agli spazi chiusi del teatro. È come se Michieletto stesse imparando, insieme a Cecilia, cosa significhi respirare fuori da una struttura prestabilita.
Tecla Insolia costruisce una Cecilia trattenuta, attraversata da un’inquietudine silenziosa. Meno incendiaria di altre figure femminili recenti del cinema italiano, ma forse proprio per questo più perturbante. La sua recitazione è fatta di sottrazione, di sguardi e piccoli gesti che raccontano una fame espressiva impossibile da colmare.
Michele Riondino dà corpo a un Vivaldi fragile e contraddittorio, malato, vanitoso, capace di intuizioni luminose ma incapace di mantenere le promesse che accende. È un artista che esalta e delude, che apre possibilità senza saperle sostenere fino in fondo. Intorno a loro, un cast di comprimari solidissimo: Fabrizia Sacchi colpisce per la complessità tragica del suo personaggio, Andrea Pennacchi è affidabile e misurato, Valentina Bellè lascia il segno, mentre il cammeo di Stefano Accorsi appare più discutibile.
La forza di Primavera risiede anche nella sua impeccabile costruzione formale. La fotografia pittorica di Daria D’Antonio trasforma la foschia veneziana in materia narrativa; il montaggio di Walter Fasano accompagna il flusso musicale senza mai spezzarlo; le scenografie e i costumi restituiscono un mondo credibile e mai manierista. Le musiche originali di Fabio Massimo Capogrosso dialogano con Vivaldi senza imitarlo, mentre il suono in presa diretta rafforza la fisicità delle esecuzioni.
In fondo, Primavera racconta un sistema fondato sullo squilibrio: economico, sociale, artistico. Le donne sono corpi produttivi, la musica è merce, il talento è tollerato solo finché genera profitto. La morte incombe, i soldi mancano, e la musica — come dice Vivaldi — “non serve a niente”. Proprio per questo, però, può fare tutto.
Michieletto firma un film che non urla, non semplifica e non cerca facili catarsi. È un’opera matura, consapevole, attraversata da un’energia compressa che non si spegne mai del tutto. Se Primavera colpisce, non è perché guarda al passato con nostalgia, ma perché usa la storia per parlare di qualcosa che resta eterno: il bisogno di esprimersi, anche quando il mondo non è pronto ad ascoltare.
E se questo cinema vi emoziona, non state diventando nostalgici. Forse state solo diventando più attenti.
Alessandra Broglia