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Nella Tokyo di oggi, verticale e brulicante, c’è un uomo che vive ai margini delle vite altrui. Philip Vandarpleog è un attore americano rimasto impigliato in un successo bizzarro e lontano: anni fa era il volto — anzi, il costume — di un improbabile supereroe in uno spot pubblicitario diventato virale. Da allora, audizioni mancate e piccoli lavori hanno preso il posto dei riflettori. Quando gli viene proposto di collaborare con un’agenzia che “affitta” familiari e conoscenti a chi ne ha bisogno, la sua prima reazione è di diffidenza. Poi accetta. E tutto cambia.
Rental Family – Nelle vite degli altri, scritto e diretto da Hikari, parte da un’idea che potrebbe facilmente scivolare nella farsa e invece sceglie una traiettoria più sottile. Il servizio offerto dall’agenzia è semplice e spiazzante: attori chiamati a impersonare padri, amici, fidanzati, colleghi. Figure di supporto temporanee per colmare assenze, rassicurare parenti, sciogliere tensioni sociali. Philip si ritrova così a recitare non per una macchina da presa, ma per persone vere, in momenti delicati delle loro esistenze.
All’inizio c’è l’imbarazzo di chi teme di vendere un’illusione. Fingere un matrimonio per permettere a una giovane donna di sottrarsi alle pressioni familiari; presentarsi come amico fedele per spezzare la solitudine di un uomo; assumere il ruolo di padre per consentire a una bambina di accedere a una scuola prestigiosa. Ogni incarico è un copione dettagliato, con regole precise e un confine netto: niente coinvolgimento personale. È proprio quel confine, però, a diventare sempre più fragile.
Il rapporto con la piccola Mia è il centro emotivo del film. Philip deve interpretare il padre americano che la accompagna nei momenti decisivi della sua crescita. Quello che nasce come una prestazione professionale si trasforma gradualmente in qualcosa di meno controllabile: uno scambio di sguardi, un abbraccio trattenuto, una promessa che pesa più del previsto. Parallelamente, l’incontro con un anziano attore dimenticato — per il quale Philip si finge giornalista incaricato di raccontarne la carriera — apre uno spiraglio su un’altra forma di solitudine, quella di chi teme di essere cancellato prima ancora di morire.
Hikari evita la scorciatoia del melodramma insistito. Il film è attraversato da momenti potenzialmente devastanti, ma li affronta con una misura che privilegia il silenzio e i dettagli. La macchina da presa si muove tra interni intimi e scorci urbani con naturalezza, restituendo una città che non è solo sfondo, ma tessuto vivo di relazioni mancate e desiderate. Tokyo appare insieme accogliente e distante, come lo sguardo con cui Philip la osserva da straniero.
Brendan Fraser costruisce il personaggio con una delicatezza che sorprende. Dopo ruoli più estremi e fisicamente marcati, qui lavora per sottrazione: il suo Philip è un uomo che porta addosso un’inquietudine sommessa, incapace di trovare un posto stabile nel mondo. Nella progressiva confusione tra ruolo e identità, l’attore riesce a far percepire il momento esatto in cui la finzione smette di essere un mestiere e diventa bisogno personale.
Il film non insiste sulla dimensione sociologica del fenomeno, pur lasciando intravedere le crepe di una società in cui la solitudine, lo stigma e le aspettative sociali possono diventare gabbie invisibili. Piuttosto, si concentra sull’effetto che questi legami temporanei producono in chi li vive. Philip entra nelle vite degli altri con un copione in mano, ma ne esce con domande che non aveva previsto: è davvero meno autentico un affetto nato per contratto? E quanto costa, emotivamente, scomparire quando la parte è finita?
Rental Family è una commedia dolceamara che parla di empatia senza retorica. Racconta il desiderio universale di essere riconosciuti, ascoltati, chiamati per nome. E suggerisce che, anche quando tutto nasce da una messinscena, la verità può infilarsi tra le pieghe del copione e trasformare chi pensava di stare solo recitando.
Alessandra Broglia