Vincitore del Premio Speciale della Giuria, arriva al cinema dal 23 aprile con I Wonder Pictures
C’è un momento, davanti a Resurrection, in cui si ha la sensazione che il cinema stia accadendo di nuovo per la prima volta. Non come nostalgia, ma come mutazione. Bi Gan costruisce un oggetto filmico che sembra emergere da un’altra linea temporale: una in cui l’immaginazione non è intrattenimento, ma condizione di esistenza — e di resistenza.
Il punto di partenza è quasi fantascientifico: un’umanità che ha barattato i sogni con l’immortalità. Ma è solo un’esca narrativa. Perché ciò che davvero interessa al regista è chi resta indietro, chi continua ostinatamente a sognare anche a costo di consumarsi. I “fantasticatori” non sono eroi né martiri: sono anomalie. E proprio da questa anomalia nasce il cinema, inteso come gesto fragile, predatorio, vitale.
Bi Gan non racconta una storia lineare. Piuttosto, dissemina traiettorie. Il film si apre come un reperto archeologico della settima arte — immagini che evocano origini lontane, quasi mitologiche — e poi si trasforma continuamente. Noir, gangster movie, mélo, suggestioni horror: ogni segmento sembra assorbire e rielaborare una forma cinematografica diversa, senza mai ridursi a citazione. Qui non c’è imitazione, ma digestione. Il passato viene inghiottito e restituito sotto forma di sogno febbrile.
Il risultato è volutamente instabile. Le sottotrame si moltiplicano, si dissolvono, si contraddicono. Non c’è un centro narrativo a cui aggrapparsi, e lo spettatore è costretto a rinunciare al controllo. È un’esperienza che può respingere chi cerca una progressione chiara, ma che premia chi accetta di perdersi. Perché Resurrection non vuole essere capito nel senso tradizionale: vuole essere attraversato.
Visivamente, il film è ipnotico. I lunghi piani sequenza, marchio distintivo di Bi, non sono virtuosismi fini a se stessi, ma strumenti per dilatare il tempo e immergere lo spettatore in una dimensione sospesa. Ogni segmento ha una propria grammatica estetica, eppure tutto sembra appartenere allo stesso flusso onirico. È come osservare un paesaggio che cambia forma senza mai interrompersi.
Ma sotto la superficie formale — che è straordinaria — pulsa un discorso politico tutt’altro che nascosto. In un’epoca dominata da contenuti rapidi, piattaforme e algoritmi, Bi Gan realizza un’opera che chiede tempo, attenzione, dedizione. Non è solo una dichiarazione d’amore al cinema: è una difesa della sua inutilità apparente, della sua capacità di sottrarsi alla logica produttiva.
Il parallelismo tra la storia del cinema e quella della Cina attraversa il film come una corrente sotterranea. Rivoluzioni artistiche e trasformazioni sociali si riflettono l’una nell’altra, suggerendo che ogni immagine porta con sé un contesto, una memoria, una tensione politica. Non è un esercizio accademico, ma un tentativo di legare forma e storia in un unico movimento.
Certo, l’ambizione è smisurata, e non tutto risulta immediatamente accessibile. Alcuni passaggi restano opachi, quasi ermetici. Ma è un rischio calcolato. Resurrection non cerca di piacere a tutti: si rivolge a chi è disposto a entrare in un linguaggio stratificato, a chi riconosce che il cinema può essere ancora un territorio da esplorare e non solo da consumare.
Alla fine, ciò che resta non è una trama, ma una sensazione persistente: quella di aver assistito a qualcosa di vivo, instabile, necessario. Un film che non si limita a parlare della morte del cinema, ma la sfida apertamente — dimostrando che forse il cinema non muore mai, finché qualcuno continua a sognarlo.
Alessandra Broglia