Oltre lo scandalo, oltre il mito: più di 200 opere raccontano il lato classico e visionario del maestro americano
Roma si prepara ad accogliere uno degli eventi culturali più intensi e sorprendenti del 2026. Dal 29 maggio al 4 ottobre, il Museo dell’Ara Pacis ospita Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza, una grande retrospettiva che restituisce al pubblico il volto più autentico e sofisticato del celebre fotografo americano: non il provocatore che ha scandalizzato l’America degli anni Ottanta, ma l’artista ossessionato dalla perfezione, dall’armonia e dalla ricerca assoluta della forma.
Curata da Denis Curti e realizzata in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, la mostra raccoglie oltre 200 fotografie e materiali rari in un percorso immersivo che attraversa l’intera produzione dell’autore. Un viaggio potente dove il corpo umano, i fiori, i volti e gli oggetti smettono di essere semplici soggetti per trasformarsi in architetture di luce.
Entrare nella mostra significa entrare nello sguardo di Mapplethorpe: uno sguardo chirurgico, elegante, quasi rinascimentale. Ogni fotografia appare scolpita più che scattata. I muscoli dei corpi sembrano marmo levigato, i petali diventano geometrie astratte, i ritratti assumono la forza silenziosa delle icone classiche.
Il percorso espositivo si sviluppa in otto sezioni e parte dalle opere meno conosciute degli esordi: collage, assemblaggi tridimensionali e composizioni provocatorie create con immagini erotiche, simboli religiosi e materiali recuperati. Lontano dall’essere semplici provocazioni, questi lavori rivelano già la volontà dell’artista di spingere lo spettatore oltre il confine dell’apparenza, costringendolo a confrontarsi con desiderio, identità e spiritualità.
Accanto alle immagini più celebri trovano spazio i ritratti delle sue muse e compagne di viaggio artistiche. Patti Smith emerge in tutta la sua fragilità poetica nei celebri scatti realizzati ai tempi del Chelsea Hotel, mentre Lisa Lyon, bodybuilder e performer, viene trasformata da Mapplethorpe in una figura monumentale, sospesa tra sensualità e classicismo.
Non mancano i ritratti delle grandi personalità che hanno attraversato la scena culturale internazionale: da Yoko Ono a Richard Gere, da David Byrne a Robert Rauschenberg. Volti celebri che davanti all’obiettivo del fotografo perdono ogni artificio mondano per diventare forme pure, essenziali, quasi sacrali.
Il cuore della mostra resta però la straordinaria serie dedicata ai fiori e alle nature morte. Orchidee, calle e tulipani vengono isolati dal contesto e illuminati con una precisione quasi ossessiva. In queste immagini il tempo sembra fermarsi: la fotografia diventa meditazione sulla bellezza assoluta.
A dialogare con queste opere ci sono gli iconici studi sul corpo maschile e femminile, immagini che ancora oggi conservano una forza visiva magnetica. Ma nella retrospettiva romana emerge soprattutto la componente classica del lavoro di Mapplethorpe: non la trasgressione fine a sé stessa, bensì il desiderio di elevare il corpo umano a materia eterna.
Ed è proprio Roma a rendere questo dialogo ancora più potente. La mostra mette infatti in relazione la fotografia contemporanea con l’arte antica grazie alla presenza di due sculture provenienti dai Musei Capitolini: una statua di Afrodite e una figura di atleta di età romana. Un confronto suggestivo che trasforma il percorso espositivo in una riflessione sul concetto di perfezione estetica attraverso i secoli.
Tra gli elementi più affascinanti dell’esposizione ci sono anche gli inediti dedicati al rapporto tra Mapplethorpe e l’Italia. Una selezione di fotografie realizzate tra Napoli e Capri racconta il legame profondo dell’artista con il nostro Paese, nato grazie all’invito del gallerista Lucio Amelio dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980. In quelle immagini l’Italia non appare come semplice scenario, ma come luogo mentale dove il barocco, la rovina e la sensualità convivono in perfetto equilibrio.
La retrospettiva romana chiude idealmente il grande progetto espositivo iniziato a Venezia e proseguito a Milano, ma trova proprio all’Ara Pacis la sua dimensione più intensa e coerente. Qui la fotografia di Mapplethorpe dialoga naturalmente con il marmo, con la monumentalità romana e con l’idea stessa di eternità.
Più che una semplice mostra, Le forme della bellezza è un’esperienza immersiva dentro il pensiero estetico di uno degli artisti più influenti del Novecento. Un percorso che invita il pubblico a guardare oltre il pregiudizio e a riscoprire Mapplethorpe come autore profondamente classico, capace di trasformare ogni immagine in una scultura di luce.
Roberto Puntato