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Esistono personaggi che il cinema ha trasformato in icone universali, cristallizzandone l’immagine ben oltre le fonti originarie. Robin Hood è uno di questi. Con “Robin Hood – Il prezzo del sangue”, Michael Sarnoski sceglie di sovvertire questa tradizione, abbandonando ogni suggestione avventurosa per realizzare un’opera cupa, essenziale e profondamente intimista. Il celebre fuorilegge non è più il simbolo della giustizia popolare, ma un uomo anziano, segnato dalla violenza e schiacciato dal peso delle proprie colpe.
Ispirandosi alla ballata seicentesca dedicata alla morte dell’arciere di Sherwood, il regista prosegue quel percorso di riflessione sulla perdita, sul dolore e sulla fragilità dell’essere umano già affrontato in Pig e A Quiet Place: Giorno 1. Il risultato è una radicale decostruzione del mito, che sostituisce l’epica con una meditazione sul rimorso e sulla possibilità, forse irraggiungibile, della redenzione.
Il film si apre con una lunga sequenza dominata dalla brutalità della violenza. Per circa quarantacinque minuti Sarnoski costruisce un Medioevo privo di qualsiasi idealizzazione, dove il fango, il sangue e la sofferenza diventano elementi centrali della narrazione. Le scene d’azione rinunciano a ogni estetizzazione: i combattimenti sono sporchi, caotici e fisicamente estenuanti, restituendo una percezione della guerra distante anni luce dalla spettacolarizzazione tipica del cinema storico contemporaneo.
È una scelta narrativa precisa, che può risultare destabilizzante per chi si aspetta una rilettura più convenzionale della leggenda, ma che definisce immediatamente l’identità del progetto.
Gravemente ferito dopo quella che ritiene essere la sua ultima battaglia, Robin trova rifugio in un monastero isolato, dove viene assistito da Suor Brigid, interpretata con grande misura da Jodie Comer. È in questo spazio sospeso tra spiritualità e memoria che il racconto abbandona progressivamente la dimensione bellica per trasformarsi in un dramma esistenziale, concentrato sul confronto del protagonista con i fantasmi del proprio passato.
Il fulcro dell’opera è senza dubbio l’interpretazione di Hugh Jackman, autore di una prova intensa e rigorosa. Il suo Robin Hood è un uomo consumato dal senso di colpa, devastato dalla violenza che lui stesso ha contribuito a generare e incapace di riconoscersi nell’eroe celebrato dalla leggenda. Jackman rinuncia deliberatamente a qualsiasi residuo di eroismo, privilegiando una recitazione fatta di silenzi, sguardi e una fisicità appesantita dagli anni e dalle cicatrici. Ne emerge un personaggio profondamente umano, fragile e disilluso, lontanissimo dalle rappresentazioni più romantiche offerte dal cinema del passato.
Sarnoski conferma inoltre una notevole sensibilità sul piano visivo. La fotografia valorizza i paesaggi dell’Irlanda del Nord attraverso una palette fredda e una costante ricerca della luce naturale, trasformando brughiere, foreste e spazi aperti in un’estensione dello stato d’animo del protagonista. L’ambiente diventa così parte integrante del racconto, contribuendo a costruire un’atmosfera di costante isolamento e oppressione morale.
L’aspetto più interessante dell’operazione risiede tuttavia nella riflessione sul concetto stesso di eroismo. Il film demolisce il mito del “ladro che ruba ai ricchi per dare ai poveri”, suggerendo che la leggenda abbia finito per occultare una realtà ben più complessa e sanguinosa. Robin Hood arriva a mettere in discussione la propria fama, riconoscendo come il racconto eroico costruito attorno alla sua figura abbia alimentato altra violenza anziché giustizia. In questa prospettiva, il protagonista non cerca più la gloria, ma soltanto una forma di espiazione.
Nonostante la solidità dell’impianto tematico e la coerenza della messa in scena, il film evidenzia alcune fragilità sul piano narrativo. La transizione tra il primo atto, dominato dalla brutalità fisica, e la seconda parte, più contemplativa e introspettiva, appare talvolta troppo repentina. Alcuni sviluppi psicologici avrebbero richiesto un maggiore approfondimento, mentre il finale, eccessivamente condensato, impedisce ad alcune dinamiche emotive di raggiungere una piena maturazione.
Pur con questi limiti, “Robin Hood – Il prezzo del sangue” rappresenta una delle riletture più originali dedicate al celebre arciere di Sherwood. Michael Sarnoski rifiuta deliberatamente qualsiasi nostalgia per interrogarsi sul costo umano della violenza e sul peso della memoria, trasformando una leggenda popolare in una riflessione amara sulla colpa e sulla redenzione.
Un’opera certamente divisiva, distante dalle convenzioni del cinema d’avventura, ma capace di proporre una lettura adulta e sorprendentemente moderna di un mito che sembrava ormai definitivamente codificato.
Ilaria Berlingeri