Domani il grande corteo arcobaleno attraverserà la Capitale con migliaia di partecipanti. Pace fatta con Keshet Italia, atteso il sindaco Gualtieri
Roma si prepara a colorarsi d’arcobaleno. Parte il conto alla rovescia per il Roma Pride 2026, che domani porterà nelle strade della Capitale migliaia di persone provenienti da tutta Italia per una delle manifestazioni più attese dell’anno. Il corteo prenderà il via alle 15 da piazza della Repubblica e attraverserà il cuore della città fino a raggiungere viale delle Terme di Caracalla, dove la Pride Croisette è pronta ad accogliere partecipanti, artisti e attivisti per una lunga giornata di festa, riflessione e rivendicazione.
L’edizione di quest’anno assume un significato particolare. A ottant’anni dalla nascita della Repubblica italiana, il Pride sceglie infatti di interrogarsi sul tema della cittadinanza e dei diritti attraverso uno slogan destinato a far discutere: “La Repubblica è di chi la abita”.
Un messaggio che va oltre la celebrazione e diventa una richiesta di pieno riconoscimento. «La comunità LGBTQIA+ continua a non godere degli stessi diritti, della stessa dignità e delle stesse opportunità garantite ad altri cittadini», ha spiegato il portavoce Mario Colamarino durante la presentazione della manifestazione. «Per questo vogliamo ricordare che questo Paese appartiene anche a noi e che i principi costituzionali di uguaglianza e libertà devono essere garantiti a tutte e tutti».
A guidare simbolicamente la parata saranno tre protagoniste della musica e della cultura italiana: Levante, Francesca Michielin e Margherita Vicario, nominate ambassador ufficiali dell’edizione 2026.
Tre voci differenti, unite dalla volontà di sostenere una battaglia che riguarda l’intera società. Levante ha parlato della necessità di superare i confini geografici e culturali che ancora rendono invisibili molte persone LGBTQIA+ al di fuori delle grandi città. «Spesso sembra che certe realtà esistano solo in contesti come Roma o Milano», ha osservato l’artista, ribadendo l’importanza di dare spazio e rappresentazione a tutte le identità.
Francesca Michielin ha invece invitato a ripensare il concetto stesso di inclusione. «Forse dovremmo smettere di usare questa parola», ha spiegato. «L’inclusione presuppone che qualcuno conceda spazio a qualcun altro. La realtà è che viviamo insieme nella diversità e questa pluralità dovrebbe essere considerata normale, non eccezionale».
Sulla stessa linea Margherita Vicario, che ha sottolineato l’urgenza di investire in educazione e sensibilizzazione per contrastare stereotipi e discriminazioni ancora profondamente radicati nella società. «Esistono ancora troppi pregiudizi sulla comunità LGBTQIA+ e sulla libertà di espressione delle persone. Per questo servono percorsi culturali capaci di generare conoscenza e consapevolezza».
Tra le novità più significative della vigilia c’è il ritorno nel corteo di Keshet Italia, l’associazione che combatte le discriminazioni nei confronti delle persone LGBTQIA+ all’interno della comunità ebraica.
Dopo settimane di tensioni e polemiche, la mediazione promossa dal sindaco Roberto Gualtieri ha consentito di ricucire il dialogo tra l’organizzazione del Pride e l’associazione. Keshet sfilerà all’interno di uno spazio protetto, in una soluzione condivisa che punta a garantire sicurezza e partecipazione.
«Si è aperto un percorso che permetterà di affrontare le incomprensioni emerse negli ultimi mesi e di ricostruire un confronto positivo», ha spiegato il presidente dell’associazione, Raffaele Sabbadini. Un risultato accolto con favore anche dagli organizzatori, che hanno ribadito la volontà di mantenere aperto il dialogo all’interno del movimento.
La questione mediorientale continua tuttavia a rappresentare uno dei temi più delicati per il mondo LGBTQIA+ romano. Se da un lato si registra la riconciliazione con Keshet Italia, dall’altro segna una svolta l’assenza del Priot Pride, il collettivo transfemminista e queer che negli ultimi tre anni aveva organizzato una manifestazione alternativa nello stesso giorno della parata ufficiale.
Attraverso una nota diffusa sui social, il collettivo ha spiegato la scelta di non scendere in piazza quest’anno, rivendicando la necessità di individuare nuove forme di attivismo e nuove modalità di partecipazione politica. Una decisione che testimonia il dibattito interno al movimento ma che non cancella la centralità del Pride come momento di mobilitazione collettiva.
Nelle ultime ore, inoltre, la manifestazione è stata accompagnata da nuove polemiche legate all’evento culturale organizzato presso la sede dell’Istituto Centrale per la Grafica, a pochi passi dalla Fontana di Trevi. L’iniziativa, dedicata ai linguaggi visivi e alle tematiche Pride, ha suscitato critiche da parte di alcune associazioni conservatrici e ha portato il Ministero della Cultura ad avviare verifiche procedurali.
Anche il confronto politico è entrato nel dibattito della vigilia. Durante la conferenza stampa le ambassador hanno commentato le recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci sul tema dei diritti LGBTQIA+, prendendo nettamente le distanze da posizioni considerate discriminatorie.
Michielin ha criticato duramente quelle che ha definito affermazioni prive di fondamento e basate sulla disinformazione, mentre Vicario ha invitato a non sottovalutare il peso culturale di certi messaggi, capaci di alimentare paure e ostilità. Levante ha infine richiamato la necessità di costruire strumenti culturali in grado di contrastare ignoranza e pregiudizi attraverso la conoscenza e il dialogo.
In questo clima di confronto, attese e rivendicazioni, Roma si prepara dunque ad accogliere una nuova edizione del Pride che vuole essere molto più di una festa. Una manifestazione che intreccia diritti, cultura e partecipazione civile, riportando al centro una domanda che attraversa la società italiana: chi è davvero riconosciuto come parte della Repubblica?
Domani la risposta arriverà dalle strade della Capitale, tra musica, colori e migliaia di voci unite da una richiesta comune: che uguaglianza, libertà e autodeterminazione non restino soltanto parole scritte nella Costituzione, ma diventino una realtà per tutti.
Alberto Leali