In concorso a Cannes 78, sarà presentato alla 22ª edizione del Biografilm. Dall’11 giugno al cinema distribuito da I Wonder Pictures
Come si costruisce un ricordo quando non si possiede alcuna memoria? È la domanda che attraversa Romería, il film più personale e radicale di Carla Simón. La regista catalana trasforma un’indagine familiare in una riflessione profonda sul cinema, sull’assenza e sulla necessità di immaginare ciò che il tempo ha cancellato.
Marina arriva in Galizia con una videocamera in mano e un’assenza nel cuore. Ufficialmente deve ottenere un documento che certifichi le sue origini familiari per una borsa di studio. In realtà è alla ricerca di qualcosa di molto più difficile da trovare: un volto, una voce, un ricordo autentico dei genitori morti di AIDS quando lei era troppo piccola per conservarne memoria.
Da questo punto di partenza Carla Simón costruisce un’opera che si muove come una marea. Avanza e si ritrae continuamente tra documentario e finzione, realtà e immaginazione, lasciando che il cinema diventi uno strumento per evocare ciò che non può essere recuperato.
La Galizia non è soltanto uno sfondo. È una presenza viva, quasi organica. Le sue coste battute dal vento, la luce salmastra dell’Atlantico, i colori sospesi tra malinconia e calore trasformano il viaggio di Marina in un pellegrinaggio emotivo. Non a caso il titolo richiama la tradizione della “romería”: un cammino verso un luogo sacro. Solo che qui il santuario è la memoria stessa.
Simón torna a confrontarsi con una ferita che attraversa tutta la sua filmografia. Dopo Estate 1993 e Alcarràs, la regista catalana continua a interrogarsi sul peso delle eredità invisibili, ma lo fa con una maturità nuova. Non cerca il trauma come detonatore drammatico; osserva piuttosto ciò che il trauma lascia dietro di sé: silenzi, omissioni, imbarazzi, fotografie mancanti.
La forza del film risiede proprio in questa delicatezza. Nessuno dei parenti che Marina incontra viene trasformato in colpevole o vittima. Ognuno custodisce una propria versione dei fatti, deformata dal tempo, dalla vergogna o dal dolore. È una famiglia che ha imparato a sopravvivere dimenticando, mentre Marina può esistere soltanto ricordando.
Straordinaria la giovane Llúcia Garcia, presenza magnetica e naturale. Il suo volto attraversa il film come una superficie sensibile sulla quale si imprimono tutte le emozioni trattenute dagli altri personaggi. Simón la segue con una vicinanza quasi documentaristica, trasformando ogni sguardo in un’indagine e ogni silenzio in una rivelazione.
Poi, lentamente, qualcosa cambia. Romería abbandona le coordinate del realismo e si lascia trascinare in una dimensione più libera e onirica. I ricordi immaginati prendono corpo, i confini temporali si sfaldano, il cinema diventa un luogo dove i morti possono ancora incontrare i vivi. È qui che il film raggiunge i suoi momenti più intensi: non quando scopre la verità, ma quando accetta che la verità possa esistere soltanto attraverso l’immaginazione.
Le immagini girate in Hi8 dialogano con quelle digitali, il passato si mescola al presente, i diari diventano sceneggiature involontarie di una vita mai vissuta. Simón sembra suggerire che ogni memoria sia una forma di invenzione e che ogni racconto familiare nasca inevitabilmente da ciò che manca.
Non tutto funziona con la stessa forza. Alcuni simbolismi appaiono insistiti e il racconto, nella sua deriva contemplativa, rischia a tratti di smarrire compattezza. Ma sono imperfezioni che appartengono alla natura stessa dell’opera: Romería è un film che preferisce vagare piuttosto che arrivare, interrogare piuttosto che spiegare.
Più che un dramma familiare, è un gesto di riconciliazione. Con il passato, con i fantasmi, con le immagini perdute. Carla Simón realizza il suo film più intimo e forse anche il più universale: una riflessione commovente sul bisogno umano di inventare una memoria quando la memoria non esiste più.
Alla fine resta il mare. Immenso, mutevole, insondabile. Come i ricordi che crediamo di aver perso e che, prima o poi, trovano sempre un modo per tornare a riva.
Ilaria Berlingeri