Un viaggio tra memoria e immaginazione, ironia e malinconia: dal 18 al 23 novembre, l’attore racconta sé stesso in uno spettacolo diretto da Giancarlo Nicoletti
Un racconto intimo, ironico e poetico, dove teatro e vita si fondono fino a confondersi. Dal 18 al 23 novembre 2025, Alessandro Haber è protagonista alla Sala Umberto di Volevo essere Marlon Brando, spettacolo tratto dall’omonima opera autobiografica scritta insieme a Mirko Capozzoli e pubblicata da Baldini&Castoldi. La regia e la drammaturgia sono firmate da Giancarlo Nicoletti, per una nuova produzione Goldenart Production in collaborazione con il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo. Dopo il debutto al Festival Teatrale di Borgio Verezzi, lo spettacolo arriva a Roma con una versione rinnovata, carica di emozione e libertà espressiva.
Un viaggio nell’anima di un attore
Tutto inizia con una voce lontana, forse divina, forse interiore. Una chiamata che concede ad Haber sette giorni per mettere ordine nella propria vita, tra sogni, rimpianti e ricordi. Da questo spunto prende forma uno spettacolo che mescola confessione e immaginazione, realtà e visione, con un linguaggio che alterna leggerezza e profondità.
Volevo essere Marlon Brando è un viaggio dentro un’esistenza senza compromessi: dall’infanzia tra Tel Aviv e Verona agli amori inquieti, dalle amicizie alla fatica del mestiere d’attore, vissuto come vocazione e destino. È un flusso continuo dove la risata si intreccia con la commozione, e ogni parola diventa un ponte con lo spettatore.
Teatro nel teatro: sogno, confessione e rito
Sul palco, accanto a Haber, Francesco Godina, Brunella Platania e Giovanni Schiavo danno vita a un mosaico teatrale fluido e imprevedibile. Le scene di Alessandro Chiti, le luci di Antonio Molinaro e le musiche originali del duo Oragravity contribuiscono a creare un ambiente sospeso tra sogno e realtà, in continuo mutamento.
Ogni scena è un frammento di memoria che si reinventa, in un gioco di rimandi e illusioni dove tutto è possibile. Il palcoscenico diventa così uno spazio mentale ed emotivo, in cui il pubblico è parte integrante del racconto.
La regia di Giancarlo Nicoletti costruisce intorno ad Haber un racconto sincero e viscerale, che alterna confessione e ironia, memoria e invenzione. Il risultato è uno spettacolo libero e indomabile, proprio come il suo protagonista, capace di far ridere, pensare e commuovere nello stesso momento.
“Che riposino in pace i ricordi”
Nelle note di regia, Nicoletti spiega la genesi del progetto: “Volevo essere Marlon Brando nasce come un dispositivo scenico dove cinema e teatro si rispecchiano. Tutto parte dal salotto di Haber, una notte degli Oscar, un blackout, e Dio che gli parla attraverso lo schermo con la voce di Michele Placido. Da lì, l’ultimo atto diventa una cerimonia di verità, una confessione senza filtro.”
Il regista ha scelto di evitare il monologo tradizionale per costruire uno spettacolo corale, dove gli altri interpreti incarnano le molte voci del passato e della coscienza del protagonista. “La platea stessa è parte del rito: senza pubblico non c’è teatro. Stilisticamente cerco una leggerezza vigile – si ride molto, ma ogni risata apre a una verità.”
Il finale, sospeso e aperto, non dà risposte definitive ma invita lo spettatore a cercare “Haber negli occhi di chi ha passione, qualsiasi essa sia”. Perché è lì, nello sguardo di chi ama il teatro e la vita, che lo spettacolo continua ogni sera a rinascere.
Alberto Leali