Dal 7 al 18 ottobre 2026 il teatro romano ospita la rilettura irriverente e visionaria di Gabriel Calderón: un monologo sospeso tra Shakespeare, ambizione e ossessione per il potere
Cosa accade quando un attore conquista finalmente il ruolo che ha sempre desiderato? E cosa succede quando quel ruolo è Riccardo III, uno dei personaggi più oscuri e affascinanti del teatro shakespeariano? È da questo cortocircuito che prende forma Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, lo spettacolo scritto e diretto dall’uruguaiano Gabriel Calderón, con Francesco Montanari protagonista.
Dal 7 al 18 ottobre 2026, la Sala Umberto diventa così il luogo di un incontro teatrale insolito: quello fra un interprete e il personaggio, fra la finzione e la realtà, fra il desiderio di essere qualcuno e il prezzo da pagare per riuscirci.
Prodotto dal Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e da Carnezzeria, in collaborazione con IILA – Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana, lo spettacolo nasce liberamente da Riccardo III di William Shakespeare, ma non si limita a ripercorrerlo. Calderón ne prende l’essenza più inquieta — la brama di potere, la competizione, la violenza che cova sotto la superficie — e la trasporta in un territorio nuovo, dove le identità iniziano a confondersi.
Sul palco c’è un uomo che ha finalmente ottenuto la parte della sua vita. Ma c’è anche un re che, per arrivare al trono, ha dovuto eliminare uno dopo l’altro tutti gli ostacoli sul proprio cammino. Due storie apparentemente lontane cominciano a riflettersi l’una nell’altra, fino a rendere sempre più sottile la linea che separa l’attore dal personaggio.
È proprio questa ambiguità il cuore della scrittura di Calderón: chi sta interpretando chi? L’attore entra nella pelle di Riccardo, ma Riccardo sembra progressivamente insinuarsi nella vita dell’attore. Shakespeare diventa allora un punto di partenza per parlare di qualcosa di molto più contemporaneo: il bisogno di affermarsi, la fame di riconoscimento, la seduzione del comando e quella parte di noi che è disposta a spingersi oltre pur di conquistare il proprio posto.
Francesco Montanari affronta il testo in solitudine, trasformando il monologo in un confronto serrato con se stesso, con il pubblico e con la materia shakespeariana. Una prova attoriale che promette di muoversi continuamente sul confine tra ironia e inquietudine, realtà e rappresentazione.
Calderón, tra i più riconosciuti drammaturghi e registi uruguaiani della scena contemporanea, concepisce il testo non come un oggetto intoccabile, ma come una materia viva. Una sorta di territorio da esplorare, modificare e persino tradire nel corso del viaggio.
«Questo è una mappa, una cartografia che disegna un territorio», scrive il regista. E proprio quella mappa, una volta arrivata sul palcoscenico, può essere riscritta: il teatro non consiste semplicemente nel mettere in scena un testo, ma nel scoprirne le possibilità, anche attraverso il corpo dell’attore e l’incontro con gli spettatori.
La traduzione è di Teresa Vila; le scene sono firmate da Paolo Di Benedetto, i costumi da Gianluca Sbicca, le luci da Manuel Frenda. Coordinamento e distribuzione sono affidati ad Aldo Miguel Grompone.
Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III arriva dunque alla Sala Umberto come una variazione libera e spiazzante sul capolavoro shakespeariano: non la semplice storia di un sovrano, ma il ritratto di un uomo che vuole diventare qualcun altro e, forse, finisce per scoprire quanto sia difficile tornare indietro.
Dal 7 al 18 ottobre 2026, a Roma, Shakespeare torna così a interrogare il presente. E lo fa attraverso un attore che, nel momento in cui conquista il ruolo tanto desiderato, potrebbe scoprire che ogni grande parte porta con sé un rischio: lasciare che sia il personaggio, alla fine, a conquistare te.
Roberto Puntato