Quattro uomini, una partita che non inizia mai e un mondo sospeso tra ironia, fallimenti e umanità disarmante. Dall’8 al 19 aprile
C’è un luogo, sul palco della Sala Umberto, dove il tempo sembra fermarsi. Un appartamento accogliente, quattro sedie, un mazzo di carte. Eppure, in Jucatùre — testo del catalano Pau Miró premiato con l’Ubu — la partita non comincia mai. Perché il vero gioco è un altro: sopravvivere alla propria vita.
Portato in scena con la regia e traduzione di Enrico Ianniello, lo spettacolo in scena dall’8 al 19 aprile 2026 è una commedia malinconica che scava con leggerezza dentro il fallimento umano. Ma senza mai giudicarlo.
Antieroi irresistibili
I protagonisti sono quattro uomini ai margini. Non eroi, ma nemmeno vinti del tutto. Piuttosto, “sospesi”. Interpretati da Antonio Milo, Adriano Falivene, Marcello Romolo e Giovanni Allocca, questi “giocatori” si ritrovano per una partita a carte che resta sempre sul punto di iniziare.
Nel frattempo, parlano. Parlano troppo, parlano di tutto. E in quelle chiacchiere si svela un universo intero.
C’è l’attore smemorato, che recita male la vita e meglio i piccoli furti. Il becchino balbuziente, innamorato di storie non sue. Il barbiere senza più bottega, prigioniero di una bugia che lo tiene in piedi. E il professore di matematica, bloccato in un eterno confronto con un padre che è ormai solo un’ombra.
Sono invisibili, sì. Ma incredibilmente vivi.
La comicità che punge piano
Jucatùre è teatro che non alza mai la voce. Non cerca la risata facile, ma la costruisce piano, tra una pausa e una frase lasciata a metà. È una comicità tenera, quasi pudica, che lascia spazio alla malinconia senza mai scivolare nel dramma.
Le vite dei protagonisti sembrano ferme, ma sotto la superficie si muove tutto: desideri, rimpianti, piccole illusioni. E soprattutto quella ostinata voglia di esserci ancora, anche solo raccontandosi.
Un gioco che parla di tutti
La forza dello spettacolo sta proprio qui: trasformare quattro esistenze marginali in uno specchio universale. Perché in fondo, chi non ha mai rimandato una “partita” importante? Chi non si è mai nascosto dietro le parole?
Con scene di Carmine Guarino, costumi di Ortensia De Francesco e luci di Cesare Accetta, lo spettacolo costruisce un ambiente intimo e sospeso, dove il confine tra realtà e racconto si dissolve.
Teatro che resta
Jucatùre non è solo uno spettacolo: è una pausa. Un momento per osservare da vicino quelle vite che normalmente scorrono ai margini, e scoprire che dentro c’è molto più di quanto sembri.
La partita non inizierà mai. Ma forse non è questo il punto. Perché, come spesso accade, è nell’attesa che succede tutto.
Alberto Leali