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Non sempre partire significa voler arrivare da qualche parte. A volte significa semplicemente avere bisogno di allontanarsi abbastanza per riuscire finalmente a guardarsi indietro. È da questa intuizione che Yann Samuell costruisce Santiago – Un cammino per ricominciare, un film che utilizza il percorso verso Santiago di Compostela non come semplice sfondo, ma come territorio di scontro, di ascolto e di possibile rinascita.
Al centro ci sono Fred e Adam. Lei è un’insegnante sospesa dopo aver perso il controllo con una studentessa, con un matrimonio ormai al capolinea e una figlia che sembra allontanarsi ogni giorno di più. Lui è un ragazzo quasi maggiorenne, pieno di rabbia, precedenti e diffidenza, che invece della detenzione accetta una lunga marcia organizzata da un’associazione impegnata nel reinserimento di giovani in difficoltà.
La coppia sembra inizialmente impossibile. Fred vorrebbe aiutare Adam, ma deve fare i conti con la propria fragilità; Adam reagisce a ogni forma di autorità come se fosse una minaccia. Il loro cammino nasce quindi sotto il segno della diffidenza e procede attraverso continui cortocircuiti. Non c’è una redenzione facile, né la scorciatoia del rapporto edificante tra adulto e ragazzo problematico. Samuell preferisce mostrare quanto sia complicato costruire un legame quando entrambi hanno qualcosa da difendere.
È soprattutto qui che emerge il talento di Julien Le Berre, davvero notevole nel ruolo di Adam. Il giovane attore riesce a trasformare la rabbia in una forma di vulnerabilità continuamente trattenuta: dietro le provocazioni, i silenzi e le esplosioni si percepisce un ragazzo che non ha ancora trovato un modo diverso per chiedere di essere visto. Alexandra Lamy gli tiene testa con una prova altrettanto solida, costruendo una Fred lontana da qualsiasi figura salvifica.
Il film racconta così una generazione che spesso viene definita attraverso la sua aggressività senza interrogarsi abbastanza sulle ferite che la producono. Adam non è semplicemente un adolescente “difficile”: è il risultato di una serie di abbandoni, fallimenti e frustrazioni che lo hanno convinto che mostrarsi fragile significhi esporsi al dolore. E Fred, a sua volta, scopre che prendersi cura degli altri non significa necessariamente sapere come prendersi cura di se stessi.
Il Camino diventa allora una sorta di laboratorio umano. I chilometri sostituiscono le sedute di terapia, la fatica fisica rende impossibile continuare a nascondersi e ogni tappa modifica impercettibilmente l’equilibrio fra i due. La spiritualità rimane sullo sfondo, senza imporre una lettura religiosa: Santiago può essere attraversata anche da chi cerca semplicemente un modo per rimettere ordine nella propria vita.
Samuell trova inoltre un tono sorprendentemente contemporaneo nel raccontare la cosiddetta “rabbia giovane”. Non la giudica e non la romanticizza. La osserva mentre prende forme diverse: silenzio, sarcasmo, aggressività, fuga, bisogno di appartenenza. Ed è significativo che musica rap, Schubert e canto gregoriano possano convivere lungo lo stesso percorso: linguaggi lontanissimi che finiscono per appartenere allo stesso viaggio.
Il risultato è un’opera sorprendentemente delicata, capace di parlare di educazione, famiglia, responsabilità e disagio senza trasformarsi in una lezione. Un film in cui ogni passo diventa metafora senza essere costretto a diventarlo.
E soprattutto un film con un protagonista, Julien Le Berre, capace di lasciare il segno. È proprio attraverso il suo Adam che Santiago – Un cammino per ricominciare trova la sua voce più contemporanea: quella di una giovinezza arrabbiata che, prima ancora di essere cambiata, ha bisogno di essere ascoltata.
Il titolo originale è semplicemente Compostelle: quel sottotitolo italiano esplicativo racconta già la volontà distributiva di rendere immediatamente leggibile un film che, invece, funziona proprio perché lungo il suo cammino scopre qualcosa di molto meno prevedibile della semplice destinazione.
Ilaria Berlingeri