Al cinema dall’8 all’11 marzo distribuito da Wanted con il patrocinio di Amnesty International Italia
Con Scalfire la roccia – Cutting Through Rocks, le registe Sara Khaki e Mohammadreza Eyni firmano un esordio che è insieme gesto politico e immersione umana, scegliendo di raccontare la battaglia quotidiana di una donna che sfida apertamente l’ordine patriarcale del proprio villaggio nel nord-ovest dell’Iran. Presentato al Sundance Film Festival, dove ha ottenuto il Premio della giuria nel concorso World Cinema Documentary, il film ha poi intrapreso un percorso internazionale culminato con la candidatura agli Oscar 2026.
Al centro del racconto c’è Sara Shahverdi, ostetrica, motociclista, consigliera comunale: un’identità plurale che incrina convenzioni radicate. In un contesto in cui le donne vengono spinte verso matrimoni precoci e private di autonomia economica e sociale, Shahverdi sceglie una strada opposta. Non chiede autorizzazioni, non arretra di fronte ai sospetti, non accetta che il proprio ruolo sia definito da altri. La sua elezione al consiglio locale – prima donna a ricoprire l’incarico – diventa il punto di partenza di un confronto continuo con colleghi uomini poco inclini a condividere potere e visibilità.
Khaki ed Eyni adottano uno sguardo ravvicinato, quasi tattile. La macchina da presa segue la protagonista nelle strade polverose, nelle riunioni pubbliche, nei momenti domestici in cui le tensioni familiari rivelano quanto il conflitto sia stratificato. Non c’è enfasi retorica: l’osservazione è diretta, spesso spoglia, e proprio per questo capace di restituire il peso delle situazioni. Una sequenza, in particolare, condensa l’intero senso del film: Sara guida un gruppo di ragazze in motocicletta, un’immagine di libertà che sembra sospendere, anche solo per un attimo, le regole non scritte del villaggio. L’illusione si spezza quando la violenza irrompe improvvisa, riportando tutto all’ordine imposto.
Il documentario non costruisce un’eroina invincibile. Al contrario, mette in scena la fatica della resistenza. Le accuse rivolte a Shahverdi – fino alla messa in discussione della sua identità personale da parte di un giudice – mostrano la strategia di delegittimazione usata contro chi prova a cambiare le cose. La battaglia non si gioca solo nello spazio pubblico, ma anche nell’intimità: divisioni ereditarie, squilibri economici tra fratelli e sorelle, silenzi forzati. È un sistema che si autoriproduce, e che rende ogni avanzamento fragile, reversibile.
Dal punto di vista formale, Scalfire la roccia – Cutting Through Rocks alterna momenti di pedinamento a passaggi più contemplativi, lasciando emergere la dimensione geografica e simbolica del territorio. La fotografia conserva una grana ruvida, coerente con la durezza della materia narrata, mentre la colonna sonora interviene con discrezione, evitando di guidare emotivamente lo spettatore. Se talvolta la costruzione appare insistita nel ribadire le stesse dinamiche oppressive, è anche vero che questa reiterazione restituisce la sensazione di un muro contro cui si continua a battere.
Il valore dell’opera risiede soprattutto nell’accesso a un mondo raramente visibile dall’interno. Le difficoltà produttive – anni di lavorazione, interruzioni, controlli e sequestri – non diventano parte esplicita del racconto, ma ne attraversano sotterraneamente l’urgenza. Il risultato è un film che non offre consolazioni né soluzioni facili. L’ultima domanda della protagonista, sospesa e dolorosa, non cerca una risposta rassicurante: riconosce piuttosto la sproporzione tra la forza di un individuo e la rigidità di un sistema.
Più che celebrare una vittoria, il documentario sceglie di testimoniare una perseveranza. E in questo gesto, asciutto ma determinato, trova la propria ragione d’essere.
Ilaria Berlingeri