Al cinema dal 19 febbraio con Eagle Pictures
Con Scarlet, Mamoru Hosoda firma un’opera che affonda le radici nella tragedia shakespeariana per trasformarla in un racconto epico sul disarmo dell’anima. L’eco dell’Amleto risuona fin dalle prime battute: un re assassinato, un trono usurpato, una giovane erede divorata dal desiderio di vendetta. Ma ciò che potrebbe sembrare l’ennesima variazione sul mito del principe di Danimarca si rivela presto un percorso inatteso, che scardina le coordinate del revenge movie per approdare a un manifesto pacifista di sorprendente intensità.
La principessa Scarlet assiste all’esecuzione del padre, vittima delle macchinazioni dello zio Claudio. Avvelenata a sua volta, precipita in una dimensione sospesa tra vita e morte: non un inferno punitivo, ma una terra liminale in cui le anime attendono, esitano, si trasformano. Qui incontra Hijiri, un infermiere proveniente dal nostro presente, figura antitetica alla sua furia guerriera. Lei brandisce la spada con determinazione cieca; lui ricuce ferite, insiste sulla cura, parla di pace. Nel loro dialogo – prima conflittuale, poi sempre più intimo – si gioca l’asse morale del film.
Hosoda costruisce un universo stratificato, dove epoche e culture si intrecciano. La Danimarca cinquecentesca convive con un aldilà che richiama mitologie differenti, mentre squarci del mondo contemporaneo si insinuano nella narrazione con naturalezza. Il tempo non procede in linea retta: passato, presente e futuro si sovrappongono, suggerendo una visione fluida dell’esistenza che richiama certe suggestioni della fisica moderna. Questo spazio ibrido non è semplice cornice fantastica, ma dispositivo critico: osservando un mondo “altro”, il regista riflette sulle tensioni del nostro.
La protagonista incarna un’identità in evoluzione. Inizialmente avvolta nei codici dell’eroina fantasy – spadaccina implacabile, figura quasi androgina, consumata dall’ossessione – Scarlet attraversa un deserto interiore che la conduce a mettere in discussione le proprie certezze. Il suo viaggio non è soltanto fisico ma etico: comprendere le ultime parole del padre significa scoprire che l’eredità più difficile non è il trono, bensì la responsabilità di spezzare la catena dell’odio. L’incontro con Hijiri, uomo del soccorso e non del conflitto, apre una crepa nella sua determinazione vendicativa.
Dal punto di vista visivo, il film è un trionfo di invenzioni. Hosoda alterna sequenze di battaglia crude e dinamiche a visioni di potente lirismo: cieli che sembrano oceani sospesi, lampi che fendono l’orizzonte come presenze divine, creature mitiche che attraversano lo schermo con imponenza. La Terra dei Morti diventa un teatro di immagini in costante metamorfosi, dove danze tribali e rituali collettivi evocano un’umanità plurale, capace di convivere pur nella diversità delle tradizioni. La ricchezza figurativa non è mai gratuita: ogni elemento contribuisce a delineare un discorso sulla coesistenza e sulla necessità di superare le fratture culturali.
Hosoda, che già in Summer Wars e Belle aveva indagato i mondi virtuali come specchio delle dinamiche sociali contemporanee, qui amplia ulteriormente il proprio sguardo. L’aldilà di Scarlet non è fuga dall’attualità, ma lente d’ingrandimento sulle derive del presente. La guerra, l’ambizione di eternità, la volontà di dominio trovano in questo spazio sospeso una rappresentazione simbolica, mentre la possibilità del perdono emerge come unica via di salvezza.
Il momento più toccante arriva quando la narrazione si concede una parentesi quasi musicale: un incontro impossibile tra epoche diverse, un ballo che unisce i protagonisti oltre ogni barriera temporale. In quella danza fragile si concentra il senso dell’opera: la pace come scelta intima, prima ancora che politica.
Con Scarlet, Hosoda realizza un affresco ambizioso – frutto di anni di lavorazione – che coniuga spettacolarità e profondità tematica. È un film che invita a lasciarsi travolgere dalla forza delle immagini, ma anche a interrogarsi sul peso delle proprie convinzioni. Partendo da Shakespeare e attraversando l’immaginario dell’animazione contemporanea, il regista giapponese consegna un’opera che guarda al futuro con un messaggio semplice e radicale: solo interrompendo il ciclo della vendetta si può immaginare un mondo diverso. Un viaggio visivo e spirituale che trova nel grande schermo la sua dimensione ideale.
Alessandra Broglia