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Con il settimo capitolo, Scream sceglie di guardarsi allo specchio. Non è soltanto il ritorno di Ghostface, ma il ritorno di un’intera mitologia che decide di interrogare se stessa: il culto dei delitti di Woodsboro, la saga cinematografica “Stab”, la trasformazione dell’orrore in intrattenimento da fandom. È un film consapevole di arrivare dopo quasi trent’anni di storia e di dover giustificare la propria esistenza.
L’operazione è dichiaratamente nostalgica. Neve Campbell riprende il ruolo di Sidney Prescott, di nuovo al centro dell’azione dopo l’assenza nel capitolo precedente, mentre Kevin Williamson, storico creatore della saga insieme a Wes Craven, passa dietro la macchina da presa. Il risultato è un ritorno alle origini che non si limita alla presenza dei volti storici, ma rievoca dinamiche, luoghi e persino ossessioni del primo film.
La trama riporta Sidney sotto assedio, questa volta a Pinegrove, dove ha costruito una nuova vita lontano dai riflettori. Ghostface la bracca ancora, ma con una variante inquietante: il killer sembra assumere il volto di Stuart Macher, il complice del massacro del 1996. L’idea del deep fake – un’identità ricostruita digitalmente per manipolare la percezione – introduce un elemento contemporaneo interessante. Se nel 1996 la paura passava attraverso il telefono fisso e l’anonimato della chiamata, oggi nasce dalla falsificazione dell’immagine e dalla facilità con cui la tecnologia può riscrivere il reale.
È proprio questo spunto uno dei punti di forza del film. Il volto manipolato di Stuart diventa metafora di un’epoca in cui la verità è instabile, replicabile, modificabile. La maschera di Ghostface non è più soltanto un travestimento fisico, ma un’identità che può essere indossata virtualmente da chiunque. Il film suggerisce che il vero orrore non sia tanto il coltello, quanto la perdita di controllo sulla propria immagine e sulla propria storia.
Dal punto di vista formale, Williamson dimostra mestiere. Alcune sequenze sono costruite con grande attenzione alla tensione spaziale: un assedio in un locale affollato, un confronto in un teatro abbandonato, un incipit che omaggia il cinema italiano più barocco con un duello sospeso a un lampadario che richiama suggestioni argentesche. C’è un uso intelligente dei fondali e delle profondità di campo che costringe lo spettatore a scrutare ogni angolo dell’inquadratura, temendo che la maschera possa emergere da qualsiasi punto.
Anche il livello di violenza torna a essere incisivo, senza risultare gratuito. Lo slasher recupera una certa fisicità che negli ultimi capitoli appariva più attenuata, e questo contribuisce a restituire al franchise un’energia più viscerale.
Naturalmente, non tutto è impeccabile. Il meccanismo narrativo resta quello collaudato: sospetti che ruotano, telefonate minacciose, rivelazione finale con il consueto gioco di squadra dietro la maschera. Chi conosce bene la saga potrebbe intuire alcuni snodi prima del tempo, e il colpo di scena conclusivo non ha la stessa forza destabilizzante del primo capitolo. Inoltre, l’elemento tecnologico, pur stimolante, avrebbe potuto essere approfondito con maggiore radicalità, spingendo ancora più in là la riflessione su identità e manipolazione mediatica.
Tuttavia, sarebbe riduttivo liquidare Scream 7 come un semplice esercizio autoreferenziale. Il film funziona perché accetta la propria natura “museale” e la trasforma in tema. Parla di memoria, di mitizzazione del trauma, di una società che archivia la violenza e la consuma come contenuto. In questo senso, la nostalgia non è solo un’operazione commerciale, ma parte integrante del discorso.
Il ritorno di Sidney non è soltanto fan service: è il tentativo di riallacciare il filo con l’unica vera costante della saga, la sua sopravvissuta per eccellenza. Vederla ancora una volta fronteggiare Ghostface significa chiudere un cerchio, o quantomeno rafforzarne i contorni.
Non siamo di fronte al capitolo più innovativo del franchise, né a quello più sorprendente. Ma è un episodio solido, ben diretto, capace di coniugare tensione, consapevolezza e omaggi senza scivolare nella parodia involontaria. In un panorama horror spesso affollato da prodotti intercambiabili, Scream 7 mantiene una propria identità riconoscibile.
Forse la vera domanda non è se Ghostface abbia ancora qualcosa da dire, ma se il pubblico abbia ancora voglia di ascoltare quella voce al telefono. Questo settimo capitolo dimostra che, almeno per ora, la linea è ancora aperta.
Ilaria Berlingeri