Tra ironia amara e visioni surreali, uno spettacolo che usa l’emigrazione per parlare del tempo, dell’identità e del nostro modo di stare al mondo
Torna sulle scene italiane Scusate se non siamo morti in mare, testo di Emanuele Aldrovandi che, dopo aver viaggiato a lungo all’estero e aver debuttato nel 2023 al Park Theater di Londra, viene ora riallestito dallo stesso autore a dieci anni dalla sua scrittura. Lo spettacolo, finalista al Premio Riccione e al Premio Scenario 2015, va in scena allo Spazio Diamante (sala black) dall’11 al 15 febbraio, con la produzione di Autori Vivi e Teatro Stabile di Torino.
In scena Tomas Leardini, Luca Mammoli, Sara Manzoni, Debora Zuin e Vincenzo Di Giovanni, guidati da un team creativo che costruisce un impianto visivo e sonoro fortemente evocativo: le scene di Francesco Fassone, le luci di Antonio Merola, i costumi di Costanza Maramotti, i movimenti curati da Olimpia Fortuni e l’ambiente sonoro firmato da Riccardo Tesorini contribuiscono a creare uno spazio sospeso, lontano dal realismo quotidiano. Completano il progetto il trucco di Giorgia Blancato e l’aiuto regia di Bianca Giardina.
L’azione si colloca in un futuro prossimo ma inquietantemente plausibile. A seguito di crisi economiche e ambientali, l’Europa non è più meta di approdo, bensì terra di partenza: un continente impoverito, costretto a esportare i propri cittadini. Le frontiere si sono serrate e chi vuole andarsene deve farlo di nascosto. Su una banchina portuale, tre persone – due uomini e una donna – accettano l’accordo con un marinaio-trafficante e si infilano dentro un container, ciascuno con una destinazione diversa e una speranza fragile quanto il viaggio che li attende.
Ma Aldrovandi sceglie consapevolmente di non raccontare l’emigrazione così come siamo abituati a vederla rappresentata. Non c’è cronaca, non c’è denuncia diretta, né la classica contrapposizione tra vittime e salvatori. Al contrario, l’autore sposta lo sguardo altrove, costruendo una parabola che usa il tema della migrazione come metafora più ampia. Il cuore dello spettacolo diventa il rapporto con il tempo che passa, con l’immagine che abbiamo di noi stessi e con la difficoltà di riconoscerci mentre tutto intorno cambia.
Rimettere mano a questo testo dopo dieci anni, spiega il regista, è stato come confrontarsi con un’opera scritta da qualcun altro: una voce familiare eppure distante. Da qui la scelta di accentuare ulteriormente la distanza dalla realtà, spingendo la messa in scena verso territori surreali e archetipici. La scenografia rotante diventa il simbolo dello scorrere inesorabile del tempo, mentre l’azione è frammentata in “inquadrature” oblique, quasi cinematografiche, che destabilizzano lo spettatore non solo sul piano visivo, ma anche su quello etico e morale.
Il risultato è uno spettacolo che cammina su un filo sottile, in equilibrio costante tra commedia e tragedia, tra recitazione realistica e impianto simbolico. Una sfida che Aldrovandi raccoglie consapevolmente, trasformando Scusate se non siamo morti in mare in un racconto che va oltre l’attualità e assume un respiro quasi meta-storico: non tanto una storia sull’emigrazione, quanto una riflessione sull’essere umano come creatura relazionale, sempre in viaggio dentro un mondo che non smette di mutare.
Alberto Leali