Premio della Giuria a Cannes 2025, candidato a 4 European Film Awards e nella shortlist agli Academy Awards® 2026, arriva al cinema dall’8 gennaio distribuito da MUBI
Ci sono film che si guardano e altri che ti attraversano. Sirāt appartiene senza esitazioni alla seconda categoria: un’esperienza che non procede per spiegazioni, ma per scosse, vibrazioni, immersioni. Óliver Laxe firma un’opera che non chiede di essere capita, bensì abitata, come si abita un sogno troppo intenso per essere tradotto in parole.
All’inizio sembra quasi di riconoscere un punto d’appoggio: un padre e un figlio, un viaggio, una ragazza scomparsa. Ma è solo un’illusione di orientamento. In breve tempo il film abbandona qualsiasi sentiero narrativo rassicurante e si inoltra in una zona più instabile, dove il racconto si dissolve e lascia spazio a un flusso sensoriale continuo. Sirāt non avanza, pulsa. Non costruisce, scava. Ogni sequenza sembra scavata nella materia stessa del cinema, tra suono, polvere, corpi e luce.
Il deserto marocchino non è un semplice sfondo: è una forza viva, ostile e magnetica, che ingloba i personaggi fino a renderli parte del paesaggio. Le montagne, le piste, le distese rocciose non accolgono, non proteggono, non promettono nulla. E proprio per questo diventano il luogo ideale per un film che parla di smarrimento, di fine delle illusioni, di un Occidente che continua a muoversi senza sapere più verso cosa. Laxe osserva questo vuoto senza giudizio, ma con una lucidità feroce.
La musica elettronica è il vero motore del film. Non accompagna le immagini: le genera. I bassi martellanti, le frequenze ossessive, il suono che sembra emergere dalla terra trasformano il rave in un atto primordiale, una cerimonia collettiva che oscilla tra liberazione e condanna. Ballare, qui, non è evasione: è un gesto estremo, un tentativo disperato di sentirsi vivi mentre tutto intorno sembra collassare. La trance non anestetizza, amplifica.
Sergi López offre una presenza straordinaria, umana fino allo strazio. Il suo personaggio è l’unico punto di contatto con una realtà riconoscibile, ma anche questo legame si assottiglia progressivamente. Il film ha il coraggio di lasciare che i volti, le storie, perfino i corpi perdano consistenza, come se l’identità stessa fosse qualcosa di temporaneo, destinato a sgretolarsi sotto il sole e il rumore.
A un certo punto Sirāt cambia pelle. Non lo annuncia, non lo prepara: accade. La dimensione del viaggio si trasforma in qualcosa di più oscuro e radicale. Il film diventa politico senza proclami, apocalittico senza spettacolarizzazione, spirituale senza religione esplicita. È come se Laxe avesse deciso di portare il cinema su un crinale pericoloso, dove ogni passo può essere l’ultimo. E proprio lì, in quell’equilibrio instabile, il film trova la sua potenza.
Il titolo non è una metafora ornamentale: il sirāt, il ponte sottilissimo che separa salvezza e dannazione, diventa una condizione esistenziale. Non c’è un aldilà da raggiungere, né una verità da svelare. C’è solo il passaggio, il rischio, l’attraversamento. Vivere, sembra dire Laxe, è già camminare su quel filo.
Dal punto di vista visivo, la scelta della pellicola e di una fotografia fisica, quasi ruvida, restituisce un cinema che si sente sulla pelle. Il caldo, la polvere, il sudore non sono simulati: sono percepibili. Ogni inquadratura ha peso, ogni silenzio è carico quanto il frastuono. E quando il film arriva alle sue deflagrazioni finali – reali o interiori, poco importa – non c’è compiacimento, ma una sensazione di inevitabilità quasi cosmica.
Sirāt è un film radicale, libero, indifferente a ogni compromesso. Non cerca il consenso, non addolcisce il colpo, non offre appigli consolatori. Eppure, proprio in questa sua durezza, sprigiona una forza rara, quasi mistica. È cinema che brucia, che lascia segni, che continua a risuonare molto dopo la fine.
Chi desidera una storia ordinata, una progressione classica, risposte chiare, farebbe meglio a tenersi lontano. Ma chi è disposto a perdersi, a lasciarsi travolgere da immagini e suoni, a camminare senza garanzie su un ponte invisibile, troverà in Sirāt uno dei film più potenti, audaci e necessari degli ultimi anni.
Ilaria Berlingeri