Una prima travolgente trasforma una ferita in memoria viva e teatro civile
Ieri sera al Teatro Sistina è andata in scena una prima che difficilmente si dimentica. Il ragazzo dai pantaloni rosa approda a teatro e trova nel linguaggio del juke-box musical una forma sorprendentemente efficace per raccontare una storia che brucia ancora: quella di Andrea Spezzacatena, vittima di bullismo e cyberbullismo. Il risultato è uno spettacolo che vibra di energia pop, ma non arretra di un passo davanti alla complessità del tema.
La regia di Massimo Romeo Piparo orchestra il dolore con misura, alternando momenti di forte impatto emotivo a quadri più leggeri, quasi sospesi, in cui la musica diventa rifugio e riscatto. L’idea di costruire l’adattamento come un mosaico di grandi hit italiane funziona ben oltre le aspettative: le canzoni non sono semplici inserti, ma veri snodi narrativi. Non interrompono l’azione, la amplificano.
Al centro della scena, Samuele Carrino offre una prova intensa e generosa. Il suo Andrea è fragile senza essere vittimista, luminoso senza risultare artefatto. Regge il peso dell’intero spettacolo con naturalezza, sostenuto da una presenza scenica che conquista soprattutto nei momenti musicali corali. Accanto a lui, Rossella Brescia tratteggia una madre di grande profondità emotiva, mai sopra le righe: ogni sguardo e ogni pausa raccontano un universo di amore e smarrimento. Sara Ciocca restituisce alla migliore amica una delicatezza autentica, evitando stereotipi adolescenziali.
La scelta più interessante, però, è l’introduzione di un Andrea adulto, interpretato da Christian Roberto. Questo “Andrea a 27 anni” osserva, commenta, accompagna. Non è un semplice narratore: è una coscienza scenica, una presenza che dialoga con il passato e con il pubblico. Un espediente drammaturgico che dona profondità e apre uno spiraglio verso il domani.
Funziona anche l’antagonista: Tommaso Pieropan evita la caricatura del bullo monodimensionale e costruisce un personaggio inquietante proprio perché credibile. Per il resto, spicca l’energia contagiosa e la compattezza dell’ensemble, sempre preciso nei movimenti e potente nelle armonizzazioni.
L’allestimento punta su scene dinamiche e proiezioni che evocano l’ambiente scolastico e il mondo digitale senza sovraccaricare. Le luci scolpiscono gli stati d’animo, passando da tinte fredde e taglienti a bagliori caldi e avvolgenti. L’orchestra dal vivo, guidata dal M° Emanuele Friello, è uno dei punti di forza dello spettacolo: gli arrangiamenti pop-rock danno nuova linfa a brani già noti, trasformandoli in confessioni collettive.
Tra i momenti più intensi, l’esecuzione dal vivo di “Canta ancora” di Arisa — premiata ai Nastri d’Argento — accolta da un silenzio carico di emozione prima dell’applauso liberatorio. Ma è l’intera playlist, da A modo tuo a Sogna ragazzo sogna, a costruire un percorso emotivo coerente, capace di parlare direttamente al pubblico più giovane senza escludere gli adulti.
Rispetto al film, la versione teatrale trova una sua identità autonoma. Se il grande schermo privilegiava un tono più narrativo, qui la dimensione live amplifica tutto: respiri, silenzi, sguardi. Il teatro diventa specchio, ma anche cassa di risonanza.
Il pubblico della prima ha reagito con partecipazione palpabile, alternando commozione e applausi a scena aperta. È raro assistere a uno spettacolo che riesca a coniugare intrattenimento e responsabilità sociale con tale equilibrio. Il ragazzo dai pantaloni rosa non si limita a raccontare una tragedia: la trasforma in un’esperienza condivisa, in un invito silenzioso ma potente a fermarsi, guardarsi e scegliere da che parte stare.
Una serata di teatro che non consola soltanto, ma scuote. E che lascia, all’uscita, un brusio diverso: più consapevole, più umano.
Roberto Puntato