Maccio Capatonda prova a cambiare registro, ma il secondo film di Svevo Moltrasio fatica a trovare ritmo, identità e soprattutto comicità. Al cinema dal 4 giugno con Vision Distribution
Ci sono film che, mentre scorrono sullo schermo, ti fanno continuamente chiedere: “Possibile che nessuno si sia fermato un attimo a rileggere la sceneggiatura?”. Smart Working appartiene pericolosamente a questa categoria.
La premessa, in realtà, non era affatto da buttare. Giuliano (Maccio Capatonda), impiegato ormai felicemente convertito al lavoro da remoto, vede il proprio equilibrio vacillare quando l’azienda minaccia di richiamare tutti in ufficio. Nel tentativo di salvare i privilegi conquistati con lo smart working, decide di coinvolgere una serie di colleghi nella propria vita domestica, trasformando casa sua in una sorta di ufficio improvvisato e ingestibile. Parallelamente, la moglie Laura (Sara Lazzaro), insegnante e aspirante scrittrice, si ritrova coinvolta in un equivoco editoriale che complica ulteriormente una quotidianità già piuttosto caotica. Una base narrativa che avrebbe potuto offrire materiale fertile per una satira pungente e attuale. E invece il film di Svevo Moltrasio imbocca una strada diversa, trasformando un’idea potenzialmente interessante in una successione di situazioni che raramente colpiscono il bersaglio.
Il problema principale è che Smart Working sembra non decidere mai cosa vuole essere. Vorrebbe essere una commedia degli equivoci, una satira sociale, un racconto familiare e persino una riflessione sull’identità creativa. Alla fine resta sospeso in una terra di mezzo dove nessuno di questi elementi riesce davvero a svilupparsi. Le numerose sottotrame si accavallano senza trovare una direzione precisa e il racconto procede per accumulo, anziché per costruzione.
Anche la comicità, che dovrebbe rappresentare il motore dell’intera operazione, si rivela sorprendentemente debole. Molte battute si affidano a meccanismi prevedibili e a un umorismo spesso elementare, incapace di diventare davvero surreale o corrosivo. Il film sembra convinto della propria brillantezza, ma raramente riesce a trasmetterla al pubblico. Il risultato è una commedia che fatica a far ridere proprio quando dovrebbe osare di più.
A soffrirne è anche il ritmo. Pur durando appena novanta minuti, la narrazione appare dilatata, con sequenze che si trascinano oltre il necessario e gag che sembrano esaurite molto prima della loro conclusione. L’impressione è quella di assistere a un’idea da sketch allungata fino a diventare un lungometraggio.
Il discorso coinvolge inevitabilmente anche Maccio Capatonda. L’attore sceglie di allontanarsi dal suo universo comico più riconoscibile per interpretare un personaggio più misurato e realistico. Una scelta coraggiosa, ma che finisce per evidenziare quanto il suo talento trovi ancora la sua massima espressione nel linguaggio surreale che lo ha reso celebre. Giuliano è un protagonista trattenuto, quasi passivo, e Maccio sembra muoversi all’interno del personaggio con professionalità ma senza riuscire a renderlo davvero memorabile.
Non tutto, però, è da archiviare. Sara Lazzaro conferisce autenticità e credibilità a Laura, mentre Alessandro Tiberi e soprattutto Maurizio Nichetti riescono a strappare qualche sorriso grazie a una presenza scenica che aggiunge varietà a un insieme piuttosto monocorde. Anche Svevo Moltrasio, da interprete, dimostra una discreta padronanza dei tempi comici, qualità già emersa nei suoi lavori sul web.
Dal punto di vista produttivo, inoltre, il film mantiene una certa pulizia formale. Torino viene valorizzata con eleganza e la regia, pur senza particolari guizzi, evita almeno gli eccessi visivi che avrebbero potuto rendere ancora più caotico il risultato finale.
Il vero rammarico è che Smart Working affronta temi contemporanei e riconoscibili: il lavoro da remoto, la difficoltà di conciliare vita privata e professionale, il desiderio di affermazione personale e la perdita dei confini tra casa e ufficio. Argomenti che meritavano maggiore profondità e soprattutto una scrittura più incisiva.
Alla fine resta la sensazione di un’occasione mancata. Un film che aveva tutti gli ingredienti per costruire una commedia intelligente sui paradossi della modernità ma che si perde in una sequenza di situazioni poco ispirate, personaggi abbozzati e battute che raramente decollano.
Non è un disastro assoluto, perché qualche interprete funziona e l’intenzione di raccontare il presente è sincera. Ma è una commedia che lascia addosso una domanda inevitabile: come si fa ad avere così tanto materiale potenzialmente interessante e riuscire a sprecarne quasi tutto?
Ilaria Berlingeri