Un’esperienza corporea, condivisa e instabile che trasforma lo spazio di via Gregoriana in un organismo in cui convivono opere, arredi e interventi site-specific
C’è un momento, entrando nello spazio della Società delle Api a Roma, in cui si smette di “visitare” e si inizia, quasi senza accorgersene, a partecipare. Non è una scelta dichiarata, ma una condizione che si impone lentamente: nell’odore del caffè tostato che satura l’aria, nella disposizione degli oggetti che non chiedono di essere osservati da lontano, nei gesti minimi che diventano improvvisamente centrali. Soglia / Common Acts, il progetto concepito da Francis Offman a partire dalla collezione di Silvia Fiorucci, non è una mostra nel senso tradizionale del termine. È piuttosto una coreografia implicita, dove il corpo del visitatore è chiamato a negoziare continuamente la propria posizione.
La soglia, evocata nel titolo, non è soltanto un elemento architettonico. È una condizione percettiva. Ogni ambiente sembra funzionare come un punto di passaggio: tra distanza e prossimità, tra uso e contemplazione, tra inclusione ed esclusione. Parallelamente, i common acts – togliersi le scarpe, fermarsi, respirare – emergono come dispositivi critici. Gesti ordinari, ma mai innocenti: rivelano le regole implicite dello spazio e le differenze tra chi lo attraversa.
Fin dall’inizio, Offman imposta il tono lavorando con ciò che esiste già. Nessuna tabula rasa, nessuna neutralizzazione. Lo spazio di via Gregoriana diventa un organismo stratificato, in cui convivono opere, arredi e interventi site-specific. Qui la distinzione tra arte e design si dissolve senza proclami: una poltrona può essere una scultura, un dipinto può diventare parte di un ambiente da abitare.
Il percorso si sviluppa come una sequenza di situazioni più che di sale. Al piano terra, la relazione tra funzione e forma è continuamente destabilizzata. Oggetti che sembrano invitare all’uso si rivelano intoccabili; opere apparentemente distanti si avvicinano alla dimensione domestica. Il visitatore si muove in un campo di tensioni sottili, dove ogni scelta – sedersi, avvicinarsi, sostare – implica una presa di posizione.
La materia gioca un ruolo decisivo. Il caffè, elemento ricorrente nella pratica di Offman, non è solo un segno visivo o olfattivo: è un vettore di storie, economie, geografie. Mescolato a gesso, tessuti, superfici, porta con sé una densità politica che si intreccia con l’esperienza sensoriale. In questo contesto, anche materiali quotidiani – vetro, plastica, lana – mantengono la loro memoria d’uso, resistendo a una piena trasfigurazione estetica.
Uno dei momenti più incisivi è quello in cui il percorso si interrompe simbolicamente davanti a una superficie tessile trasformata in pavimento ma resa impraticabile. Lo spazio si offre e si nega allo stesso tempo. Guardare da fuori diventa l’unica possibilità, e proprio in questa distanza forzata emerge una consapevolezza: non tutti i corpi possono accedere allo spazio allo stesso modo.
Salendo al piano superiore, l’esperienza cambia registro. La luce stessa diventa instabile, modificata da un intervento pittorico quasi invisibile. Non c’è spettacolarità, ma una trasformazione lenta, che richiede attenzione. Accorgersi diventa un atto. Qui Offman lavora sul limite della percezione, costruendo un ambiente che si rivela solo nel tempo, nell’insistenza dello sguardo.
È anche il punto in cui il corpo entra più direttamente in gioco. Un arazzo disposto a terra invita a togliersi le scarpe e attraversarlo. Un gesto semplice, ma carico di implicazioni: intimità, vulnerabilità, esclusione potenziale. Il domestico irrompe nello spazio espositivo, ma senza rassicurare. Piuttosto, destabilizza le abitudini e rende visibile ciò che normalmente resta implicito.
Nelle stanze successive, la mostra si apre a una pluralità di posture. Sedersi, distendersi, sostare: ogni posizione modifica la relazione con le opere e con gli altri visitatori. I lavori dialogano senza gerarchie evidenti, costruendo un paesaggio in cui il tempo si dilata e l’esperienza si fa più intima.
In questo contesto, l’intervento di Sol Calero introduce una dimensione ulteriore: quella della traslazione geografica. Il suo ambiente ricostruisce un interno venezuelano nel cuore di Roma, creando una frizione tra luoghi e identità. Qui l’idea di convivialità si espande, diventando spazio di incontro tra differenze.
Il percorso si conclude senza enfasi, quasi in dissolvenza. Oggetti quotidiani e opere d’arte si confondono ancora una volta, lasciando il visitatore in uno stato di sospensione. Uscire diventa l’ultimo gesto, l’ultimo common act.
Soglia / Common Acts non offre risposte né immagini definitive. Piuttosto, costruisce un sistema aperto, in cui ogni elemento – materiale, corpo, gesto – partecipa a una configurazione temporanea. È una mostra che non si limita a essere vista: chiede di essere attraversata, abitata, messa in discussione. E nel farlo, sposta radicalmente il baricentro dell’esperienza artistica, dalla visione al coinvolgimento.
Roberto Puntato