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C’è una frase che ritorna come un mantra difensivo in Sorry, Baby: “Sto bene”. È quella che Agnes ripete a chiunque le stia intorno, mentre tutto in lei racconta l’opposto. Eva Victor, al suo esordio nel lungometraggio come sceneggiatrice, regista e interprete, costruisce un film che non parla della violenza sessuale in sé, ma di ciò che resta dopo. Del tempo che si spezza, della vita che apparentemente continua e interiormente si immobilizza.
Agnes è una studentessa post laurea che vive ancora nella casa in cui è cresciuta, nel New England. Insegna, scrive, funziona. O almeno così sembra. L’evento che ha segnato la sua esistenza — lo stupro da parte di un professore stimato, con cui stava preparando la tesi — non viene mostrato, ma aleggia come una presenza costante, corrosiva. Victor sceglie consapevolmente l’ellissi: il trauma resta fuori campo, e proprio per questo risulta più potente, perché si manifesta nei gesti minimi, nelle reazioni sproporzionate, negli scarti improvvisi della memoria.
La struttura narrativa riflette questa frattura interiore. Sorry, Baby procede per capitoli brevi, non cronologici, piccole vignette che seguono la logica disordinata del ricordo traumatico più che quella del racconto lineare. Il tempo non è mai un flusso continuo: si accartoccia, ritorna, salta avanti. Agnes è bloccata in un “prima” e in un “dopo” che non riescono a ricomporsi, mentre intorno a lei la vita degli altri va avanti.
Emblematica, in questo senso, è la figura di Lydie (una straordinaria Naomi Ackie), amica del cuore ed ex coinquilina. Lydie si è trasferita a New York, si è sposata, è incinta. Torna a trovarla, la ama, la protegge, ma senza mai imporle soluzioni o scorciatoie emotive. La loro amicizia è uno dei cuori pulsanti del film: un legame femminile che non chiede spiegazioni, che resiste alla distanza e che offre presenza, non risposte. È una forma di cura silenziosa, forse la più efficace.
Attorno ad Agnes si muove una piccola comunità di figure marginali ma decisive: Gavin, il vicino di casa gentile e vulnerabile, con cui nasce una possibilità di intimità nuova, e Pete, il negoziante che la consola con panini e normalità. Sono uomini lontanissimi dalla mascolinità predatoria che l’ha ferita: discreti, rispettosi, capaci di ascolto. Il film lavora con grande finezza su questo contrasto, senza retorica e senza bisogno di dichiarazioni programmatiche.
Uno degli aspetti più sorprendenti di Sorry, Baby è il modo in cui alterna dolore e ironia. Victor usa l’umorismo come strumento di sopravvivenza, mai come schermo che minimizza. Le scene più leggere non cancellano il trauma, ma permettono di respirare, di restare a contatto con la realtà senza esserne travolti. Emblematica la sequenza in ospedale, dove l’inadeguatezza di un medico diventa insieme grottesca e agghiacciante, o il passaggio all’università, dove la solidarietà di facciata si rivela impotente e burocratica.
Dal punto di vista formale, il film adotta uno stile sobrio ma attentissimo. La fotografia granulosa di Mia Cioffi Henry restituisce un Massachusetts apparentemente rassicurante, che però si trasforma in una trappola emotiva. Gli interni — la casa, la stanza buia, le pagine appese alle finestre per bloccare la luce — diventano estensioni dello stato mentale di Agnes. Anche la colonna sonora di Lia Ouyang Rusli accompagna il racconto con discrezione, evitando ogni sottolineatura emotiva.
C’è una forte dimensione letteraria in Sorry, Baby: Agnes insegna narrativa, discute con gli studenti di romanzi problematici come Lolita, legge Woolf e Baldwin come mappe per orientarsi nel caos interiore. Ma questa componente teorica non è mai decorativa. Serve piuttosto a riflettere sul modo in cui le storie vengono raccontate, su chi ha il potere di definirle, e su come la forma possa diventare uno strumento di resistenza.
Senza mai indulgere nel rancore o nella vendetta, il film non assolve nulla e nessuno. Mostra con lucidità come la violenza sessuale produca un danno che si prolunga nel tempo, come le istituzioni sappiano proteggere sé stesse più che le vittime, e come anche certi femminismi di facciata possano rivelarsi assenti nel momento decisivo. È un racconto che non cerca la catarsi, ma un percorso di riparazione possibile, lento e imperfetto.
Sorry, Baby riesce così in qualcosa di raro: essere insieme straziante e confortante. Racconta la dissociazione, il senso di colpa, la depressione, ma anche la possibilità di tornare a sentire, di lasciarsi toccare, di ricominciare a vivere senza cancellare ciò che è stato. Eva Victor firma un debutto di grande maturità, sostenuto anche dalla produzione di Barry Jenkins, e impone una voce cinematografica personale, capace di unire rigore, empatia e coraggio.
Non sorprende che il film abbia raccolto riconoscimenti importanti, dal Sundance alla Quinzaine di Cannes. Sorry, Baby è uno di quei debutti che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono uno spazio di ascolto collettivo. E lo fanno con una delicatezza che resta addosso a lungo, come una ferita che lentamente, finalmente, comincia a rimarginarsi.
Ilaria Berlingeri