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C’era una volta Star Wars che arrivava al cinema come un’eclissi: raro, gigantesco, irripetibile. Oggi invece atterra con la regolarità di una piattaforma streaming che aggiorna il catalogo il venerdì mattina. Ed è forse proprio qui il cuore del paradosso di The Mandalorian & Grogu: un film nato per il grande schermo che, in fondo, continua a ragionare come una serie TV.
Jon Favreau e Dave Filoni riportano Din Djarin e il piccolo Grogu nella galassia lontana lontana con l’aria di chi non vuole sbagliare nulla. E infatti non sbagliano quasi niente. Ma nemmeno osano davvero. Il risultato è un’avventura elegante, piacevole, piena di affetto verso il mito lucasiano… eppure sorprendentemente piccola, come se avesse paura di disturbare troppo i fantasmi della saga.
La trama rimette in moto il duo più amato dello Star Wars contemporaneo: Din lavora per la Nuova Repubblica, Grogu continua il suo apprendistato tra Forza e marachelle cosmiche, mentre una missione legata agli Hutt spalanca il viaggio verso arene gladiatorie, criminali galattici e vecchi residui imperiali. Il meccanismo funziona, ma lo fa con la prevedibilità di una comfort zone ormai rodata. Ogni svolta sembra arrivare esattamente dove ce l’aspettiamo, ogni dialogo ha il sapore familiare di un episodio “speciale” della serie madre.
Eppure il film possiede qualcosa che tanti blockbuster moderni hanno smarrito: materia. Peso. Tattilità. Grogu non è soltanto una creatura digitale progettata al computer, ma un pupazzo animatronico che sembra respirare davvero davanti alla macchina da presa. Attorno a lui si muove un bestiario meravigliosamente rétro: mostri di gomma, droidi metallici, facce da cantina spaziale che sembrano uscite da Labyrinth, Dark Crystal o da quel cinema fantasy anni ’80 dove gli effetti speciali avevano ancora odore di officina e lattice.
Quando il film smette di inseguire la nostalgia e si concede il lusso di rallentare, diventa persino toccante. Il rapporto tra Din e Grogu resta il vero motore emotivo dell’opera: non più soltanto cacciatore e trovatello, ma padre e figlio. Favreau insiste molto su questo aspetto domestico e tenerissimo, trasformando il viaggio galattico in un racconto sulla paura di perdere chi si ama. Ed è qui che il film trova la sua anima migliore, lontano dalle battaglie e vicino ai silenzi.
Pedro Pascal, pur nascosto dall’elmo per gran parte del tempo, continua a dare umanità a un personaggio che vive soprattutto attraverso la voce. Sigourney Weaver compare con il carisma di sempre, anche se il suo personaggio sembra scritto più come presenza iconica che come vera figura narrativa. Intorno, il film dissemina chicche per fan duri e puri: gladiatori alieni, cacciatori di taglie, rimandi a The Clone Wars, cameo improbabili e persino la voce di Martin Scorsese infilata in un alieno da taverna spaziale. È il classico universo Filoni: pieno, stratificato, innamorato fino all’ossessione della propria mitologia.
Ma proprio questa abbondanza di riferimenti finisce per essere anche il limite del film. The Mandalorian & Grogu vive quasi esclusivamente di rendita emotiva. Funziona perché vogliamo bene ai personaggi, perché abbiamo già condiviso con loro ore di avventure seriali, perché quella musica di Ludwig Göransson ci riporta immediatamente “a casa”. Però raramente costruisce qualcosa di veramente nuovo. Non c’è la furia immaginifica della trilogia originale, né il coraggio politico di Andor, né l’ambizione tragica dei prequel lucasiani. C’è piuttosto la prudenza di una Lucasfilm che sembra bussare piano alla porta del pubblico dopo anni di divisioni: “Possiamo rientrare? Stavolta promettiamo di non esagerare”.
Ed è impossibile ignorare la sensazione che Star Wars, una volta sinonimo di evento cinematografico irripetibile, oggi rischi di diventare “contenuto”. Ottimo contenuto, spesso divertente, persino emozionante… ma pur sempre contenuto. La saga che parlava di miti universali ora ragiona come un franchise da mantenere vivo tra una stagione e uno spin-off.
Questo non significa che The Mandalorian & Grogu sia un brutto film. Anzi. È intrattenimento fatto con mestiere, cuore e amore sincero verso quell’universo. Alcune sequenze sono splendide, Grogu continua a essere una creatura irresistibile e il film conserva quel gusto western-spaziale che ha reso la serie una delle cose migliori prodotte da Star Wars nell’era Disney. Ma resta la sensazione di un’opera che non vuole lasciare cicatrici, né rischiare davvero il salto nell’iperspazio.
Più che il ritorno trionfale della saga al cinema, sembra una lunga carezza ai fan. Tenera, nostalgica, rassicurante. Forse troppo.
Alessandra Broglia