Tra memoria e impegno civile, l’opera prima del regista porta sul grande schermo la vicenda di Elena Di Porto, simbolo dimenticato di resistenza e libertà nella Roma del 1938-1943
In occasione della “Giornata della Memoria”, Elena del ghetto arriva al cinema dal 29 gennaio con Adler Entertainment, riportandoci nella Roma del 1938-1943 tra persecuzione, resistenza e memoria. Un film intenso e coinvolgente, che mescola dramma e commedia con uno sguardo neorealistico, capace di far emergere anche la speranza. Abbiamo approfondito l’opera intervistando Stefano Casertano, regista al suo debutto cinematografico.

Una pellicola sulla vita di una donna che visse nel ghetto di Roma e fu poi trasferita ad Auschwitz, interpretata dalla bravissima Micaela Ramazzotti: ci vuole introdurre il personaggio?
Una donna coraggiosissima, coerente e ribelle, che non aveva paura di comportarsi in maniera diversa rispetto alle convenzioni dell’epoca. Per questo si sa e si racconta che indossava i pantaloni, fumava, beveva, tirava di boxe, giocava a biliardo ed ebbe il coraggio si separarsi dal marito; azioni che magari oggi sono anche normali per una donna, ma che all’epoca erano assolutamente inconcepibili. Elena era una donna che si opponeva alle prepotenze, alle prevaricazioni e non è così eclatante che al ghetto di Roma se ne parli ancora; per questo, dopo aver consultato i documenti dell’Archivio di Stato che la riguardano, sono andato nel quartiere e ho incontrato due persone che l’avevano conosciuta in vita. Una di queste, Emanuele Di Porto, oggi novantenne, non è un parente ma mi ha raccontato che Elena era intelligente ma che ogni tanto “impazziva”, nel senso che non riusciva veramente a sopportare le prevaricazioni. Per questo ho pensato a una storia degna di essere raccontata, nonché di essere celebrata. Elena Di Porto morì ad Auschwitz una settimana dopo il rastrellamento, perché quando arrivò il convoglio, il campo era pieno e per questo morirono quasi tutti. Fu mandata a morire probabilmente da Josef Mengele in persona, forse morì addirittura anche prima di arrivare, la data di morte è certificata dallo Yad Vashem [Ente nazionale per la Memoria della Shoah ndr]. Se si va al ghetto, si può trovare una targa ubicata nella Sinagoga, che contiene i nomi dei partigiani ebrei, i quali, durante la seconda guerra mondiale, si sono opposti all’occupazione. L’elenco contiene solo due nomi femminili tra cui il suo. È stata posta anche una pietra d’inciampo, dove abitava. Spero che questo film ne tenga viva la memoria.
Come è arrivata la consapevolezza per la realizzazione di questo film?
È nato di getto, appena ho conosciuto la storia della protagonista. Una ribellione che la portava per strada, da sola, a menare alle squadracce fasciste, vincendo pure. Mi sono, in qualche maniera, subito convinto che questa era una storia degna di essere raccontata. Ho quindi subito sviluppato una specie di “ossessione”, che mi ha portato a documentarmi, leggere, visitare, parlare con varie persone e così è nato questo film. Poi, diciamo, i film nascono in poco tempo. La maggior parte del lavoro riguarda la rifinitura, il taglio e il cucito.
Elena è stata un’internata. Per riuscire a capire bene il personaggio anche da questo punto di vista, come si è rapportato?
Ho parlato con le persone anziane, ovviamente del ghetto di Roma, che l’avevano conosciuta, mi sono fatto raccontare un po’ il suo carattere, poi dai documenti che sono conservati all’Archivio di Stato, ho cercato tutte le testimonianze possibili relative a lei. Fu internata più volte nell’allora manicomio Santa Maria della Pietà. Abbiamo reperito la sua cartella clinica, introdotta nel film, perché nella scena dell’internamento viene letto un estratto della stessa. Ho integrato poi con un documentario girato da Sergio Zavoli, negli anni sessanta, nel quale venivano intervistate persone che l’avevano conosciuta e riportavano commenti sul suo modo di essere, su ciò che diceva, e tutto questo è stato utile per la realizzazione del film.

Per quanto riguarda le location, guardando la pellicola, si respira tanta autenticità e genuinità. Come sono state scelte?
Sembra facile girare nel centro di Roma, perché molti film sono ambientati lì, ma in realtà è di una difficoltà assoluta perché c’è tutto un discorso legato non solo ai permessi, ma anche alla logistica. È una città con vicoli, stratificazioni, vincoli storici, per cui bisognava veramente andare a colpo sicuro e capire dove si poteva girare nella maniera più efficiente possibile. Per questo i sopralluoghi sono durati molto a lungo, per cercare di ottimizzare su quelle che fossero delle location che funzionassero e potessero trasmettere la romanità autentica, senza però complicare le cose con i problemi logistici. Se ho ispirato questa domanda, sono contento, poiché vuol dire che, in qualche maniera, ci siamo riusciti.
Alcune scene sono state girate anche nel centro storico di Tivoli, come è stata orientata la scelta?
Abbiamo scelto piazza delle Erbe al posto di piazza del Portico d’Ottavia, perché in quest’ultima si evita di girare film sul rastrellamento, per rispetto delle persone anziane che hanno vissuto quegli eventi e che in passato hanno avuto malori durante le riprese. Per questo motivo, ci siamo spostati a Tivoli, ricreando lì la piazza.
Ma quando eravate anche al ghetto di Roma, come reagiva la popolazione autoctona quando capiva che stavate girando un film su quel periodo?
Con molta curiosità e molto sostegno. Ma tutti soprattutto ci chiedevano della sua uscita, per andarlo a vedere al più presto, e speriamo sia di buon auspicio.
Come siete riusciti a convincere i produttori a realizzare il film?
Mi sento di dire che il merito va alla sceneggiatura più che all’opera di convincimento, e voglio ricordare, a questo proposito, le altre due bravissime sceneggiatrici che hanno lavorato con me: Francesca Della Ragione e Alessandra Kre.
Il film è stato girato in cinque settimane e si nota una grande cura anche nelle location interne. Ad esempio, ho notato un ritratto di Primo Carnera, un nome che evoca immediatamente un campione storico, anche per chi di boxe non se ne intende. Come è stato possibile tutto ciò?
Quella è stata la parte più divertente: è bastato coinvolgere le persone giuste per reperire gli arredi delle location e dedicare tempo alla scelta e alla selezione delle proposte, offrendo suggerimenti mirati. Per alcuni documenti storici abbiamo anche ricevuto il supporto della Federazione Italiana Boxe. Questo lavoro ha permesso di arricchire un ambiente particolare come la palestra, che all’epoca fungeva anche da bar e centro di ritrovo per le azioni narrate nel film. Inoltre, Elena Di Porto giocava a biliardo e viveva la sua vita sociale in un albergo diurno vicino alla Stazione Termini. All’inizio avevamo trovato la struttura originale, ma era in condizioni troppo fatiscenti e avrebbe richiesto una ristrutturazione. Abbiamo quindi deciso di ricostruire l’ambiente altrove, mantenendo lo stesso spirito dell’epoca.

Veniamo alla parte linguistica: in una scena si ascolta il dialetto marchigiano ma avete riportato alla luce anche il giudaico–romanesco, lingua storica, unica parlata dagli ebrei di Roma. Come siete riusciti a rapportarvi così bene in questo ambito?
Il giudaico-romanesco viene portato al cinema per la prima volta, un aspetto davvero interessante. Fino al Sacco di Roma, nel XVI secolo, nella città si parlava un dialetto meridionale, simile al napoletano. Dopo la distruzione causata dai lanzichenecchi, Roma fu ripopolata in gran parte dal clero toscano, e il romanesco cominciò a somigliare molto all’italiano, tanto da essere talvolta denigrato come semplice parlata. Gli ebrei di Roma, rimasti prima e dopo il Sacco, conservarono invece un dialetto con influssi dei dialetti meridionali, del toscano e dell’ebraico antico. Per fare un esempio, nel loro lessico non si dice “Vado dar presidente”, come nel romanesco comune, ma “Vado da o’ presidente”, più vicino al napoletano; o termini come “mangoddi”, sinonimo di quattrini. Riportare questo tipo di dialoghi è stato un vero piacere e un piccolo gioco linguistico.
Nella parte musicale, da alcuni brani inseriti, ne ho riconosciuti alcuni di Achille Togliani
L’idea è stata quella di attingere all’archivio Bixio [Archivio appartenente alla storica casa editrice musicale italiana, fondata da Cesare Andrea Bixio. ndr] per individuare brani dell’epoca, considerando che allora la musica era il principale mezzo mediatico e accompagnava la vita quotidiana. Da lì è nato il lavoro sulla colonna sonora insieme a Matteo Curallo, che si sviluppa ed evolve nel corso del film. Si parte da un motivo che richiama lo stornello romano, costruito su chitarra e sui classici accordi di do e sol, per poi arricchirsi progressivamente. Nel finale, la musica si trasforma in una sorta di piccola sinfonia con coro e archi, seguendo passo dopo passo l’aumento della drammaticità del racconto.

Ermal Meta ha scritto e interpretato il tema del film Ti verranno a chiedere di me, che lo spettatore ascolta nei titoli di coda, in uno splendido crescendo finale. Come è nata la collaborazione?
Con Ermal condivido una storia molto toccante. Aveva letto la sceneggiatura, che in realtà gli era stata consegnata per tutt’altro motivo. Dopo averla letta, il giorno successivo mi ha scritto dicendomi che quella notte aveva composto questa canzone. Me ne ha fatta ascoltare una prima versione, registrata semplicemente con il cellulare, e mi ha colpito subito. È un brano che avrei visto benissimo anche a Sanremo: all’inizio gli dissi persino che con quella canzone avrebbe potuto vincerlo. Lui mi rispose che ci teneva moltissimo. Gli sono profondamente grato per questa straordinaria dimostrazione di amicizia e per aver voluto regalare questa canzone.
Per il cast e i costumi, quanto è stato difficile?
È stato difficilissimo, perché volevo visi particolari, non facce comuni, qualcosa di diverso dal solito. Aggiungo una cosa che potrebbe essere strumentalizzata, ma ho espresso alla direttrice del casting, Ornella Morsilli, la volontà di avere dei visi felliniani, diversi, irregolari. Devo dire che ha svolto un lavoro eccellente, insieme alla costumista Nicoletta Taranta, portando avanti un’operazione di ricostruzione storica estremamente accurata. Va ricordata anche la “follia” di questo film: realizzarlo interamente in costume. Di solito un’opera prima è una piccola commedia o un melodramma dai toni malinconici; in questo caso, invece, abbiamo scelto qualcosa di più ambizioso. Uso il plurale perché è stato un lavoro condiviso, con la produzione e con tutte le persone coinvolte.

Una domanda che le avranno rivolto in tanti: che cosa vi aspettate per il futuro di questa pellicola?
L’auspicio è quello di divertire, commuovere e riuscire a raccontare una storia capace di lasciare il segno. Chi ha già visto il film si è detto profondamente toccato dalla vicenda, soprattutto dal finale. È un vero e proprio viaggio emozionale, che invito sinceramente ad andare a vedere non perché porta la mia firma, ma perché, a mio avviso, ne vale davvero la pena. È un film diverso dal solito.
Alessandra Broglia





