Al cinema dal 2 settembre con 01 Distribution
In Sunny Dancer il cancro c’è, ma quasi non si vede. Non ci sono letti d’ospedale, interminabili terapie o lacrime programmate: ci sono ragazzi che ridono troppo forte, si prendono in giro, flirtano, litigano, infrangono le regole e cercano disperatamente di recuperare il tempo che la malattia ha sottratto loro. È proprio questa scelta, semplice solo in apparenza, a rendere il film di George Jaques più interessante di molti adolescent drama sulla malattia.
Ivy, diciassette anni, è in remissione e dovrebbe essere felice. Invece è diventata una presenza fantasma nella propria vita: distante dagli amici, dalla famiglia, da tutto ciò che potrebbe ricordarle l’adolescenza che non ha vissuto. Quando i genitori la spediscono in un campo estivo per giovani pazienti oncologici, parte convinta di trovare soltanto pietismo e buoni sentimenti. Troverà invece Ella, vulcanica e incontenibile, e un gruppo di ragazzi che hanno deciso di vivere quell’estate come se fosse una piccola rivolta contro tutto ciò che li ha costretti a crescere troppo presto.
Fra fughe notturne, scherzi, desideri sessuali, attacchi di panico e primi amori, il film costruisce una piccola comunità di outsider. E soprattutto restituisce ai suoi protagonisti qualcosa che il cinema sulla malattia spesso dimentica: la possibilità di essere persone prima che pazienti.
Il merito è anche di una sceneggiatura che conosce perfettamente i codici del teen movie e li usa senza vergognarsene, ma con sufficiente ironia da non trasformare ogni emozione in ricatto. I ragazzi parlano, scherzano e si provocano con una naturalezza molto britannica, spesso sfrontata, che rende credibili anche le situazioni più convenzionali. L’amicizia, il sesso, la paura di morire e il bisogno di sentirsi desiderabili convivono senza gerarchie: per loro sono semplicemente pezzi della stessa estate.
A tenere tutto insieme c’è Bella Ramsey, capace di dare a Ivy una fragilità mai passiva, e una Ruby Stokes irresistibile nei panni dell’esuberante Ella. Attorno a loro, un gruppo di giovani interpreti restituisce quella fisicità caotica e tenera tipica dell’adolescenza, mentre Neil Patrick Harris si diverte a decostruire l’immagine rassicurante del direttore del campo.
Certo, Sunny Dancer non rinuncia a qualche scorciatoia: certi conflitti sembrano usciti dal manuale del coming-of-age e alcune svolte cercano fin troppo apertamente l’effetto emotivo. Ma Jaques possiede una qualità rara: non guarda i suoi ragazzi dall’alto. Non li trasforma in simboli della resilienza, né li costringe a rappresentare una lezione di vita. Li lascia essere ragazzi.
Ed è forse questo il gesto più politico e più commovente del film. La malattia ha già occupato abbastanza spazio nelle loro vite. Per una volta, sullo schermo, possono pensare a tutto il resto. A innamorarsi. A fare casino. A sbagliare. A desiderare. A vivere.
Ilaria Berlingeri