Al cinema dal 9 aprile distribuito da Lo Scrittoio
C’è un borgo in Maremma, Tatti, dove il tempo sembra scorrere a modo suo, tra luci che cambiano lentamente sulle colline e cani che abbaiano in lontananza. In questo luogo, piccolo ma vivo, Ruedi Gerber ha trovato più di un rifugio: ha trovato una famiglia, una comunità e una storia da raccontare, con la macchina da presa come estensione della sua presenza discreta ma attenta.
Il borgo diventa il centro di una narrazione che rifiuta ogni distanza tra chi filma e chi è filmato. Qui la macchina da presa sembra dissolversi: restano le voci, i volti, i silenzi. È un cinema che somiglia più a una confidenza che a un racconto strutturato.
Gerber costruisce un mosaico umano fatto di legami profondi: da Filippo Venturini a Renzo Ferrari, passando per Bruno Martelli fino a Marco Guccione. Ma il cuore pulsante del film sono i gemelli Marco Verniani e Massimo Verniani, custodi di una sapienza contadina che rischiava di scomparire. La loro storia—fatta di fatica, crisi personali e rinascite inattese—diventa metafora perfetta di un intero paese.
Il documentario vive di contrasti sottili: passato e presente, abbandono e rinascita, radici e nuove identità. Tatti non è più solo un borgo in declino; è un laboratorio umano dove tradizione e innovazione si incontrano. L’arrivo di persone da fuori, incluso lo stesso Gerber, non ha spezzato l’equilibrio, ma lo ha rigenerato. La biodinamica, i vitigni autoctoni, la raccolta delle olive, perfino la crudezza rituale della caccia al cinghiale: tutto contribuisce a restituire un ecosistema sociale vivo, imperfetto e autentico.
E poi ci sono le immagini che restano: un’anziana che canta alla finestra, i cani che abbaiano in lontananza, la luce che cambia sulle colline. Frammenti che non cercano spettacolarità, ma verità. È qui che il film trova la sua forza più grande: nell’ordinario che diventa straordinario.
Non tutto è perfettamente bilanciato. La coralità promessa a tratti si incrina: alcune figure emergono con forza, mentre altre—come Guccione—restano sullo sfondo, quasi abbozzate. Anche l’uso del materiale d’archivio, inclusi i riferimenti alla tragedia mineraria di Ribolla del 1954, appare appena accennato, come un filo narrativo che avrebbe potuto aggiungere ulteriore profondità.
Ma questi limiti non compromettono l’incanto complessivo. Perché Tatti – Paese di sognatori non è un documentario che vuole spiegare: vuole far sentire. È un film che si muove con il ritmo della vita rurale, che accetta le sue pause, le sue ripetizioni, le sue imperfezioni.
Alla fine, ciò che resta è una sensazione rara: quella di aver vissuto, anche solo per un’ora, dentro una comunità vera. Non idealizzata, non filtrata, ma profondamente umana. Un piccolo mondo che, contro ogni previsione, ha trovato il modo di rinascere—insieme.
Alessandra Broglia