Tra spiritualità, trasformazione e crisi ambientale, due spettacoli che portano in scena il corpo come strumento di racconto e riflessione sul presente
Il corpo come linguaggio universale, capace di attraversare il dolore, la memoria e le inquietudini del presente. A giugno il Teatro India apre le porte a due appuntamenti che trasformano la danza contemporanea in uno strumento di indagine poetica e civile, offrendo al pubblico esperienze sceniche che superano il confine della semplice performance per diventare riflessione condivisa.
L’11 e il 12 giugno debutta in prima nazionale Stabat Mater, nuova creazione del coreografo newyorkese Stephen Shropshire, artista riconosciuto per la sua ricerca radicale sul movimento come forma di scrittura. Al centro dell’opera c’è il celebre capolavoro di Giovanni Battista Pergolesi, reinterpretato non come narrazione religiosa, ma come materia viva da tradurre in gesto.
Sul palco le danzatrici Adi Amit, Christine Ceconello e Aimee Lagrange danno forma a una coreografia che non illustra il dolore della Vergine Maria, bensì ne esplora le risonanze più profonde e universali. Le parole dell’antico testo medievale diventano strutture di movimento, frammenti da decostruire e ricomporre in una partitura fisica complessa e sorprendente. Ne emerge un dialogo intenso tra musica e corpo, tra armonia e dissonanza, capace di interrogare temi eterni come la sofferenza, la grazia e la fragilità umana.
La ricerca di Shropshire si muove lontano da ogni interpretazione didascalica. La danza diventa pensiero in azione, un processo che esplora continuamente se stesso e le possibilità del corpo come spazio creativo. Il risultato è un lavoro di forte impatto emotivo e intellettuale, dove il movimento si fa strumento di riscrittura e scoperta.
Una settimana dopo, il 18 e il 19 giugno, il Teatro India cambia prospettiva per rivolgere lo sguardo verso una delle questioni più urgenti del nostro tempo. Con To my skin, la Cornelia Dance Company porta in scena un dittico coreografico che affronta la crisi ambientale attraverso il linguaggio fisico della danza.
Lo spettacolo si articola in due creazioni autonome e complementari. In Before/After, firmato da Mauro de Candia, il gelo diventa forza invisibile che trasforma e incrina la materia. I corpi si muovono come frammenti sospesi, attraversando uno spazio che appare immobile ma è costantemente soggetto a mutazioni. La pelle sembra contrarsi, implodere, reagire a un ambiente ostile che mette in discussione il rapporto tra essere umano e natura.
Con Ardor, il coreografo spagnolo Antonio Ruz conduce invece il pubblico nel regno del calore estremo. Qui il corpo si scioglie lentamente, si trasforma senza mai scomparire, trovando nella metamorfosi una possibilità di resistenza. È una danza incandescente, che racconta il confine sottile tra collasso e rinascita, tra vulnerabilità e capacità di adattamento.
Le due opere dialogano tra loro come i poli opposti di una stessa emergenza: il gelo e il fuoco, la fine e la trasformazione, la perdita e la possibilità di generare nuove forme di vita. Attraverso immagini potenti e una fisicità intensa, To my skin invita a riflettere sul destino del pianeta senza rinunciare alla forza evocativa dell’arte.
Con questi due appuntamenti il Teatro India conferma la propria vocazione di laboratorio dedicato alla sperimentazione contemporanea, uno spazio in cui la danza non si limita a essere spettacolo, ma diventa strumento di conoscenza, interrogazione e dialogo con il presente.
Alberto Leali