In scena dal 20 al 25 gennaio
Portare in scena La coscienza di Zeno significa misurarsi con uno dei testi fondativi della modernità letteraria, un romanzo che a oltre un secolo dalla pubblicazione continua a parlare con sorprendente lucidità delle nostre contraddizioni più profonde. Il nuovo allestimento firmato da Paolo Valerio, prodotto dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con Goldenart Production e presentato al Teatro Quirino, affronta questa sfida con intelligenza e coraggio, restituendo tutta la vitalità teatrale dell’opera di Italo Svevo.
Il cuore pulsante dello spettacolo è Alessandro Haber, chiamato a incarnare Zeno Cosini, figura emblematica dell’inetto novecentesco, uomo incapace di vivere in armonia con se stesso e con il mondo, ma proprio per questo incredibilmente vicino a noi. Haber non interpreta Zeno come un semplice personaggio letterario, bensì come una presenza viva, contraddittoria, ironica e dolorosamente umana. Il suo carisma scenico e la sua esperienza danno vita a un protagonista che oscilla continuamente tra confessione e autoinganno, tra lucidità e menzogna, tra desiderio di guarigione e ostinata incapacità di cambiare.
La regia di Valerio sceglie di valorizzare la natura profondamente narrativa del romanzo, costruendo una drammaturgia che intreccia racconto e azione. Accanto allo Zeno narrante prende forma un altro Zeno, incarnato fisicamente sulla scena, come se il protagonista potesse finalmente guardarsi vivere, osservare i propri gesti, le proprie scelte e i propri fallimenti. È in questo sdoppiamento che emerge uno degli aspetti più affascinanti dello spettacolo: il dialogo continuo tra interno ed esterno, tra coscienza e comportamento, tra ciò che Zeno pensa di sé e ciò che realmente mostra al mondo.
L’occhio vigile – e mai neutrale – del Dottor S., lo psicanalista a cui Zeno affida i suoi appunti, diventa la lente attraverso cui la vicenda assume contorni ora ironici, ora surreali, ora spietatamente sinceri. La psicoanalisi non è qui una semplice cornice narrativa, ma un dispositivo teatrale che amplifica il gioco di maschere, bugie e rivelazioni su cui si regge l’intero impianto drammatico. Ne nasce un affresco popolato da figure memorabili, immerse nell’atmosfera di una Trieste sospesa tra borghesia, inquietudine e sogno.
Fondamentale il contributo dell’ensemble, che accompagna Haber con precisione e misura, dando corpo a un mondo variegato e sfaccettato. Le scene e i costumi di Marta Crisolini Malatesta, le luci di Gigi Saccomandi, le musiche di Oragravity e l’uso calibrato dei video contribuiscono a creare uno spazio scenico che non è mai puramente realistico, ma riflette la mente del protagonista: un luogo instabile, attraversato da ricordi, ossessioni e improvvise illuminazioni.
Questo Zeno non è un reperto letterario, né un’icona museale. È un uomo che ci somiglia fin troppo, che inciampa continuamente nella vita e cerca di raccontarsela per renderla sopportabile. La regia di Valerio insiste proprio su questo aspetto: Zeno non chiede assoluzione, ma comprensione. E forse neppure quella. Chiede solo di essere ascoltato, con tutte le sue incoerenze.
Ne emerge uno spettacolo denso, colto ma mai polveroso, capace di coniugare riflessione e leggerezza, humour e malinconia. La coscienza di Zeno al Teatro Quirino non è soltanto un omaggio a Svevo e alla sua Trieste, ma un’indagine acuta sull’essere umano contemporaneo, ancora intrappolato tra il desiderio di guarire e l’impossibilità di smettere di mentire a se stesso. Una messinscena che conferma quanto Zeno Cosini continui, oggi come ieri, a parlarci con disarmante sincerità.
Roberto Puntato