Nel cast Evan Peters, Rebecca Hall, Anthony Ramos, Jeremy Pope e Ashton Kutcher. Su Disney+ dal 22 gennaio con i primi tre episodi, i restanti 8 saranno disponibili con cadenza settimanale ogni giovedì fino al doppio episodio conclusivo nelle due settimane finali
Con The Beauty, Ryan Murphy torna a confrontarsi con uno dei nervi più scoperti della contemporaneità: l’ossessione per la bellezza come valore assoluto, come promessa di salvezza e, al tempo stesso, come condanna. La nuova serie Disney+, di cui sono stati mostrati in anteprima i primi due episodi, si impone fin da subito come un’opera radicale, disturbante e volutamente eccessiva, capace di utilizzare il linguaggio del thriller e dell’horror per raccontare una deriva sociale fin troppo riconoscibile.
L’esordio è folgorante. Durante una sfilata di alta moda a Parigi, una modella (Bella Hadid) inizia a manifestare un malessere improvviso e inquietante. Il suo corpo reagisce in modo anomalo: sudorazione eccessiva, sete incontrollabile, perdita di lucidità. La sfilata si interrompe quando la donna, in preda al panico, abbandona la passerella e fugge per le strade della città. Solo poco dopo, lontano dai riflettori, il suo corpo cede definitivamente, andando incontro a una morte brutale e scioccante. Murphy chiarisce immediatamente le regole del gioco: The Beauty non cerca rassicurazione, ma shock. Il corpo umano diventa il vero terreno di scontro della serie, filmato, esibito, deformato, fino a trasformarsi in qualcosa di estraneo e mostruoso. Un immaginario che richiama esplicitamente il body horror di David Cronenberg, dove la mutazione fisica è sempre il riflesso di una malattia morale e culturale, e che dialoga idealmente anche con The Substance per la sua visione estrema della bellezza come droga, come dipendenza che consuma chi la insegue.
A indagare sulla morte della modella arrivano due agenti dell’FBI: Cooper Madsen (Evan Peters) e Jordan Bennett (Rebecca Hall). Il loro rapporto va ben oltre la classica dinamica professionale. Tra i due esiste un legame intimo e sessuale, fatto di attrazione, tensione emotiva e fragilità condivise. Questo elemento non è un semplice dettaglio narrativo, ma contribuisce a rendere l’indagine più ambigua e personale: i corpi che analizzano, studiano e inseguono nel corso dell’inchiesta diventano anche lo specchio del loro stesso rapporto, segnato da desiderio, colpa e bisogno di contatto.
L’indagine si espande rapidamente, assumendo una dimensione internazionale che attraversa Europa e Stati Uniti e rivelando l’esistenza di un sistema globale fondato sulla promessa della perfezione. Al centro del racconto emerge un virus a trasmissione sessuale capace di riscrivere il corpo umano, donando una bellezza assoluta e innaturale. Ma come spesso accade nell’universo di Murphy, ciò che viene venduto come miracolo si rivela una maledizione. La bellezza non è più un ideale astratto, ma una patologia che si diffonde attraverso il desiderio stesso di essere migliori, più giovani, più desiderabili.
Uno degli aspetti più interessanti dei primi episodi è proprio la trasformazione dell’ossessione estetica in una malattia vera e propria. Il virus diventa metafora di una società che ha interiorizzato l’idea di non essere mai abbastanza e che cerca soluzioni rapide, farmacologiche, chirurgiche, tecnologiche per colmare un vuoto identitario. In questo senso The Beauty non è fantascienza lontana, ma una distorsione appena amplificata del presente.
Accanto alla trama investigativa, la serie costruisce archi narrativi che esplorano le conseguenze sociali di questa ossessione. Il personaggio di Jeremy (Jeremy Pope), uomo marginalizzato e invisibile agli occhi di una società che valuta il valore individuale quasi esclusivamente attraverso l’aspetto fisico, è forse uno dei più inquietanti. La sua storia racconta come l’esclusione sistemica, il rifiuto e la frustrazione possano trasformarsi in rabbia e autodistruzione. The Beauty suggerisce che i veri mostri non nascono dal nulla, ma vengono prodotti da un sistema che promette inclusione mentre pratica selezione e scarto.
Dal punto di vista stilistico, Murphy mette in scena uno spettacolo visivamente potentissimo. La regia è elegante e aggressiva, la fotografia esalta i contrasti tra corpi perfetti e corpi deformati, mentre il montaggio amplifica il senso di instabilità e disagio. Come spesso accade nelle sue opere, il rischio dell’eccesso è sempre presente, ma nei primi due episodi l’ambizione narrativa sembra sostenuta da una scrittura sorprendentemente compatta e coerente.
The Beauty si configura così come un thriller politico mascherato da horror, una riflessione feroce su un mondo che ha trasformato la perfezione in un dovere morale e l’imperfezione in una colpa. Le premesse sono solidissime e l’avvio è tra i più convincenti della recente produzione di Ryan Murphy. Resta ora l’incognita principale: la tenuta sul lungo periodo. La speranza è che la serie riesca a mantenere questa lucidità tematica e questa forza espressiva senza perdere smalto strada facendo, come purtroppo è accaduto più volte in passato. Se riuscirà a farlo, The Beauty potrebbe davvero lasciare un segno profondo nel panorama seriale contemporaneo.
Alberto Leali