Diretto da Kristoffer Borgli (Dream Scenario), arriva al cinema dal 1º aprile con I Wonder Pictures
C’è un momento, in ogni storia d’amore cinematografica, in cui qualcosa si incrina. In The Drama quel momento non arriva: è già successo. E tutto il film vive dentro quella crepa.
Diretto da Kristoffer Borgli e prodotto dall’orbita A24 con lo zampino di Ari Aster, questo non è semplicemente un romance che devia verso il dramma: è una dissezione chirurgica dell’idea stessa di relazione, raccontata come una narrazione che smette di funzionare. Non perché succeda qualcosa di “oggettivamente” irreparabile, ma perché cambia lo sguardo su ciò che è già successo.
Al centro ci sono Emma e Charlie — Zendaya e Robert Pattinson — coppia perfetta solo finché nessuno mette in discussione il copione. Lui è un uomo che ha bisogno di dare forma alle cose, di ordinarle in un discorso coerente; lei sembra invece abitare il caos con una leggerezza che è insieme difesa e libertà. Poi, durante una cena tra amici, arriva una confessione. Non tanto un colpo di scena quanto una detonazione percettiva: la realtà non cambia, ma tutto ciò che la circonda sì.
Da quel momento, il film si trasforma in un dispositivo ossessivo: ogni gesto passato viene riletto, ogni dettaglio diventa indizio, ogni parola si carica di un possibile doppio fondo. Borgli, già autore di Sick of Myself e Dream Scenario, porta qui alle estreme conseguenze la sua ossessione per le identità costruite. Se prima si trattava di fama o narcisismo, ora il campo di battaglia è l’amore — cioè il luogo dove più disperatamente cerchiamo una verità stabile.
Ma The Drama non crede nella stabilità. Anzi, suggerisce che l’amore stesso sia una forma di storytelling condiviso: funziona finché entrambi credono alla stessa versione dei fatti. Quando una crepa si apre, non crolla la relazione — crolla la narrazione che la sosteneva.
È qui che il film trova la sua intuizione più disturbante: non siamo tanto incapaci di amare, quanto incapaci di accettare che l’altro esista fuori dal racconto che ci siamo costruiti su di lui. Charlie, in questo senso, è una figura tragica e quasi ridicola: più cerca la verità, più si perde. Più analizza, più distrugge.
Visivamente, Borgli accompagna questa disgregazione con una messa in scena volutamente “imperfetta”: immagini leggermente sporche, una fotografia che sembra già contaminata, come se la realtà fosse sempre un passo fuori asse. Anche la struttura narrativa si incrina: sogni, proiezioni, ricordi e possibilità alternative si mescolano senza soluzione di continuità. Non c’è più un terreno solido su cui poggiare lo sguardo.
Il riferimento dichiarato a Passione di Ingmar Bergman non è casuale: come lì, anche qui il problema non è cosa accade, ma cosa immaginiamo dell’altro — e quanto siamo disposti a rivederlo.
Eppure, dentro questo impianto teorico molto evidente, il film riesce a non diventare freddo. Merito soprattutto degli attori: Zendaya lavora per sottrazione, costruendo un personaggio che sfugge continuamente alla definizione; Pattinson, invece, si espone, si contorce, rende visibile ogni microfrattura del pensiero. Insieme non cercano la chimica: mettono in scena la sua assenza, ed è una scelta perfettamente coerente.
Il risultato è un film che irrita e affascina nella stessa misura. A tratti sembra trattenersi, come se non volesse (o non potesse) spingersi fino alle estreme conseguenze delle proprie idee. Resta sospeso su una domanda che non ha il coraggio — o forse la pretesa — di risolvere: cosa resta di una relazione quando togli tutte le storie che la tengono insieme? Forse niente. O forse, semplicemente, un atto di fede.
Ed è proprio lì che The Drama si chiude — non con una risposta, ma con una vertigine. Quella sensazione sottile e scomoda che si prova quando si capisce che amare qualcuno significa, in fondo, scegliere di credere a una versione imperfetta della realtà. Non perché sia vera, ma perché è l’unica che ci permette di restare.
Maria Grande