In concorso al 43º Torino Film Festival, arriva al cinema dall’11 dicembre con Eagle Pictures
Sulle alture palestinesi, dove gli ulivi convivono con l’ombra costante dell’occupazione, Basem El-Saleh continua a insegnare come se fosse un atto di fede. Professore di lingue, padre segnato dalla morte del figlio e da un matrimonio finito, ha imparato sulla propria pelle cosa significhi sfidare un sistema che non ammette dissenso. È un educatore severo e affettuoso, che guida i ragazzi della sua classe come un genitore, provando a preservarli dal destino già scritto di un popolo costretto a vivere tra demolizioni, arresti arbitrari e soprusi quotidiani.
Accanto a lui lavora Lisa, volontaria inglese impegnata nel reinserimento dei minori incarcerati. Insieme tentano di creare un fragile spazio di normalità in un territorio che di normale non ha più nulla. Tutto cambia quando un giovane studente, uno di quelli a cui Basem teneva di più, viene ucciso da un colono. Il professore, che aveva sempre difeso il potere dell’istruzione come unica vera arma, comprende di non poter più restare in disparte: posa i libri, raccoglie la pistola e si lascia travolgere da una sete di giustizia che non trova più risposte nei canali istituzionali.
Con The Teacher, Farah Nabulsi, attivista e cineasta britannica di origine palestinese, firma il suo primo lungometraggio. Utilizzando la fiction, racconta ciò che in Palestina è quotidiano: la fragilità degli equilibri, l’impunità dei coloni, la burocrazia soffocante, la sensazione costante di vivere in una “criminalità legalizzata”, come la definisce lo stesso Basem. Il suo film alterna la vicenda di un soldato israeliano rapito a quella dell’adolescente ucciso, costruendo un racconto che mette a confronto due dolori diversi, non equivalenti, ma entrambi figli dello stesso conflitto.
Il cuore del film è proprio la figura del professore, interpretato con intensità da Saleh Bakri. In lui si condensano le contraddizioni di un padre che vorrebbe proteggere i suoi ragazzi, ma che si ritrova a fronteggiare un meccanismo di distruzione tanto più grande di lui. È un uomo che continua a costruire, simbolicamente e concretamente, mentre attorno tutto viene smantellato: case, diritti, prospettive.
Nabulsi affianca alla realtà palestinese lo sguardo esterno di Lisa, interpretata da Imogen Poots, ponendo nello scontro (e nell’incontro) tra i due mondi un interrogativo più ampio: come si racconta un conflitto che dura da generazioni senza tradirne la verità emotiva? La regista risponde scegliendo immagini dalla potenza simbolica, come il grido dell’allievo Adam sotto gli ulivi, scena che condensa la disperazione di un popolo e il bisogno urgente di un riscatto che tarda ad arrivare.
Uno dei momenti più intensi è il dialogo, sospeso in un corridoio scolastico, tra Basem e il padre del soldato israeliano rapito. Due uomini separati da storia, privilegio e libertà di movimento, ma uniti da un sentimento primordiale: proteggere i propri figli, reali o metaforici. Attraverso di loro, il film mette a confronto due condizioni non paragonabili, rivelando senza enfasi il divario che struttura la realtà dell’apartheid denunciata dalla regista.
The Teacher diventa, così, un atto di resistenza cinematografica. Nabulsi usa la macchina da presa come strumento di denuncia e memoria: il suo film non cerca soluzioni – sarebbe impossibile – ma restituisce con forza la tenacia di chi, sotto occupazione, tenta lo stesso di insegnare, di crescere, di avanzare. Perché, nonostante tutto, ogni gesto quotidiano è già una forma di lotta.
Paola Canali