Diretto dalla tunisina Kaouther Ben Hania, è stato scelto come candidato all’Oscar al miglior film straniero ai premi 2026. Al cinema dal 25 settembre con I Wonder Pictures
Con The Voice of Hind Rajab, la regista tunisina Kaouther Ben Hania realizza un’opera che colpisce per la sua intensità etica prima ancora che estetica. Un film che non cerca lo stupore visivo, ma l’ascolto profondo. Un film che interroga il cinema sul suo ruolo oggi, in un’epoca in cui la sofferenza è continuamente esposta ma sempre meno percepita.
Il punto di partenza è reale, drammatico, insostenibile: la voce di Hind Rajab, una bambina di cinque anni, intrappolata in un’auto a Gaza, unica sopravvissuta a un attacco che ha sterminato la sua famiglia. Il suo ultimo contatto con il mondo è una registrazione audio, una richiesta d’aiuto che nessuno riesce ad accogliere. Da qui nasce un film che è insieme testimonianza e costruzione narrativa, documento e finzione, dove la linea tra realtà e rappresentazione si assottiglia fino a scomparire, sovrapponendosi a quella, terribile, tra vita e morte.
Ben Hania costruisce un dispositivo cinematografico ibrido, alternando ricostruzioni attoriali a testimonianze dirette. Una modalità già presente nel suo cinema, ma che qui raggiunge un livello di radicalità inedito. La finzione non cerca di sostituire il reale, ma di amplificarne la risonanza emotiva. È una forma di impegno che non passa dalla denuncia esplicita, ma dall’ascolto: l’ascolto di una voce fragile, spezzata, che chiede soltanto di non essere dimenticata.
Esteticamente, il film si distingue per sobrietà e rigore. Nessuna estetizzazione del dolore, nessun compiacimento visivo. L’attenzione è tutta sulla parola, sul suono, sulle pause gravide di terrore. È un’opera che sottrae piuttosto che aggiungere, che rifugge il rumore per cercare il silenzio, e in quel silenzio lascia emergere l’orrore e la pietà. Lo spettatore non è chiamato a guardare passivamente, ma a farsi testimone attivo, a portare dentro di sé ciò che ascolta.
The Voice of Hind Rajab non aspira alla perfezione formale, ma a una verità più profonda: quella che restituisce dignità a chi è stato ridotto a cifra, a corpo senza nome, a contenuto da far scorrere. È un atto politico, sì, ma prima ancora un atto umano. In un tempo in cui le immagini di guerra si susseguono a ritmi insostenibili, fino a diventare sfondo muto del nostro disinteresse, questo film ci ricorda che ogni voce può ancora bucare il muro dell’indifferenza.
La domanda che attraversa il film è chiara: può il cinema, oggi, smuovere ancora qualcosa nella coscienza collettiva? La risposta di Ben Hania non è data a parole, ma nel modo in cui filma, nel rispetto che dimostra verso la storia che racconta, nella scelta coraggiosa di non trasformare il dolore in spettacolo. Ed è una risposta potente: sì, il cinema può ancora fare la differenza — quando rinuncia a stupire per iniziare a farsi sentire.
Federica Rizzo