Il regista tedesco rilegge Ibsen come un dramma profondamente contemporaneo: al Teatro Argentina il 23 e 24 gennaio uno spettacolo che interroga il nostro bisogno di verità e le illusioni necessarie per sopravvivere
Thomas Ostermeier, tra le figure più influenti del teatro europeo contemporaneo e direttore artistico della Schaubühne di Berlino dal 1999, prosegue il suo intenso dialogo con Henrik Ibsen mettendo in scena L’anitra selvatica. Lo spettacolo, coproduzione tra Schaubühne Berlin, Festival di Avignone e Teatro di Roma, arriva per la prima volta in Italia dopo il debutto ad Avignone e va in scena il 23 e 24 gennaio al Teatro Argentina.
Con questa nuova regia, Ostermeier affronta uno dei nodi più ambigui e inquietanti della modernità: la verità. Non come valore assoluto e liberatorio, ma come forza potenzialmente devastante, capace di spezzare equilibri fragili e distruggere vite costruite sull’autoinganno. In L’anitra selvatica la verità non salva: irrompe, scardina, ferisce.
Al centro della vicenda c’è la famiglia Ekdal, un microcosmo domestico sospeso tra dignità apparente e fallimenti irrisolti. Ogni personaggio vive protetto da una menzogna necessaria: il padre che si rifugia in un’immagine idealizzata di sé, il nonno intrappolato nei ricordi di un passato glorioso, la figlia segnata da una malattia mai nominata. Questo equilibrio precario viene infranto dall’arrivo di Gregers, figura animata da un idealismo inflessibile e da una fede quasi fanatica nella verità, che si trasforma presto in una forza distruttiva. Nel suo tentativo di “liberare” gli altri, Gregers finisce per privarli delle illusioni che li tenevano in vita.
Ostermeier restituisce il dramma ibseniano con una messinscena incisiva e disturbante, che evita ogni compiacimento psicologico per concentrarsi sulle tensioni sociali ed emotive che attraversano i personaggi. Il suo Ibsen è lontano da qualsiasi aura museale: i conflitti appaiono attuali, riconoscibili, inscritti in una realtà dominata dal desiderio di affermazione, dal fallimento economico e dalla paura di perdere ciò che resta.
Il regista tedesco racconta da tempo di avere con Ibsen un rapporto personale e profondo. Dopo Casa di bambola e Un nemico del popolo, L’anitra selvatica rappresenta un ulteriore tassello di un percorso che mette in dialogo testi ottocenteschi e inquietudini contemporanee. Se in Un nemico del popolo la verità era un valore assoluto da difendere a ogni costo, qui la prospettiva si rovescia: la verità diventa problematica, ambigua, forse persino insostenibile nella vita privata. Tra le due opere, Ostermeier individua una tensione irrisolta che risuona fortemente nel nostro presente, segnato da una crescente ossessione per la “verità radicale”.
Dal punto di vista scenico, lo spettacolo si muove tra spazi che riflettono mondi sociali opposti. Un palcoscenico girevole permette di passare dalla casa borghese di Werle, dove affiorano i traumi del passato, alla modesta abitazione degli Ekdal, un ambiente domestico segnato da arredi fuori dal tempo, un collage di epoche che suggerisce immobilità e declino. La celebre soffitta del testo originale viene trasformata in uno spazio quasi irreale, popolato da alberi e animali, rifugio dell’anitra selvatica: simbolo di una famiglia ferita ma ancora capace di resistere.
Proprio l’anitra diventa il cuore metaforico dello spettacolo. Animale sopravvissuto a una ferita, costretto a vivere in cattività, incarna la condizione degli Ekdal: esseri umani che, privati delle grandi illusioni, cercano comunque una forma di equilibrio, per quanto fragile.
Ostermeier non offre soluzioni né giudizi definitivi. Il suo L’anitra selvatica lascia lo spettatore immerso in domande scomode: la verità va sempre detta? O esistono menzogne necessarie, illusioni che proteggono e permettono di andare avanti? In un’epoca che invoca trasparenza assoluta, lo spettacolo suggerisce che, almeno nella sfera privata, la verità può diventare un peso insopportabile.
Un lavoro potente e inquieto, che conferma Thomas Ostermeier come uno dei registi più lucidi nel raccontare le contraddizioni del nostro tempo, usando il teatro classico come uno specchio implacabile del presente.
Alberto Leali