In uscita il 13 novembre 2025, distribuito da Trent Film
Atene, oggi. Tra i vicoli polverosi e le strade gremite di migranti in attesa di un futuro migliore, due cugini palestinesi, Chatila (Mahmood Bakri) e Reda (Aram Sabbah), vivono sospesi in una quotidianità fatta di espedienti e sogni infranti. È da questo limbo umano che prende vita To a Land Unknown, il nuovo film del regista danese-palestinese Mahdi Fleifel, un dramma teso e profondamente realistico che racconta con lucidità la condizione di chi cerca una via d’uscita, pur sapendo di non avere un posto nel mondo.
Chatila e Reda condividono una stanza fatiscente e un obiettivo comune: mettere da parte abbastanza denaro per acquistare dei passaporti falsi e raggiungere la Germania. Per sopravvivere, alternano piccoli lavori a furti improvvisati – il film si apre proprio con una rapina in un parco – ma la loro vita è prigioniera di un sistema che non offre scampo. Chatila è tormentato dalla lontananza della moglie e del figlio rimasti nel campo profughi in Libano; Reda invece, più fragile, combatte una dipendenza che rischia di trascinarlo sempre più a fondo. Quando i risparmi dei due scompaiono, inghiottiti dall’ennesima ricaduta di Reda, Chatila escogita un piano disperato per recuperare i soldi e fuggire prima che tutto crolli.
Fleifel, che nel 2012 aveva già raccontato l’esilio palestinese con il documentario A World Not Ours, torna qui alla finzione senza mai perdere il contatto con la realtà. Il suo sguardo rimane fermo, empatico e mai giudicante: non offre soluzioni, ma mostra la complessità morale di chi è costretto a vivere ai margini. La sceneggiatura, scritta insieme a Fyzal Boulifa e Jason McColgan, costruisce un racconto teso come un thriller urbano, dove ogni errore può significare la deportazione o la morte.
Nel corso della storia, fa il suo ingresso Tatiana (interpretata da Angeliki Papoulia), una donna greca dal sorriso disinibito e dallo sguardo ambiguo. Il suo arrivo porta con sé un lampo di speranza ma anche l’inizio di una spirale pericolosa. Tuttavia, il cuore pulsante del film resta il rapporto tra i due cugini: la loro complicità, fragile e profonda, regge l’intera narrazione e diventa simbolo di un’umanità che resiste anche nella disperazione.
Girato con una fotografia cupa e soffocante firmata da Thodoris Mihopoulos, To a Land Unknown restituisce con potenza visiva la sensazione di oppressione e impotenza dei protagonisti. Non esiste redenzione né lieto fine: il film di Fleifel è una parabola umanitaria che non promette paradisi, ma mostra l’inferno quotidiano di chi continua a cercare un luogo dove poter vivere dignitosamente.
In concorso a Cannes, dove Fleifel è stato l’unico regista palestinese, il film si distingue per la sincerità del racconto e per l’intensità delle interpretazioni di Bakri e Sabbah. Diversamente da Io Capitano di Matteo Garrone, che sceglieva un tono più poetico e fiabesco, To a Land Unknown scava nel realismo più duro, mostrando la migrazione come un ciclo infinito di fuga e attesa, senza eroi né promesse.
Alla fine, il film lascia una certezza: non esiste una vera “terra promessa”. La Germania, meta agognata di Chatila e Reda, è solo un’idea lontana, una proiezione di libertà. L’unica cosa reale è il legame tra i due, fragile ma incrollabile, capace di resistere anche quando tutto intorno sprofonda.
Con To a Land Unknown, Mahdi Fleifel firma un’opera potente e necessaria, un racconto umano che parla di sopravvivenza, di affetto e della disperazione di chi, pur sapendo di non appartenere a nessun luogo, continua ostinatamente a cercarne uno.
Ilaria Berlingeri