Una grande mostra riscrive la storia dell’arte contemporanea italiana tra ironia, paradosso e antiretorica. Dal 2 aprile al 20 settembre
Si entra e si viene subito messi in crisi. Su una carta lacerata, attraversata dai celebri tagli, Lucio Fontana scrive in corsivo: Io sono un santo. Sul retro, però, la dichiarazione si rovescia: Io sono una carogna. In questa doppia verità, che è confessione e sberleffo insieme, si condensa il cuore di Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi, la più ampia ricognizione mai dedicata dal MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo alla produzione artistica italiana contemporanea.
Non una mostra cronologica, ma un campo di forze. Qui oltre 130 artisti e 300 opere si rispondono, si contraddicono, si rincorrono. Il risultato è una narrazione alternativa che mette in discussione il canone e restituisce un tratto profondamente italiano: la capacità di stare nel tragico senza rinunciare al riso.
L’ironia come destino nazionale
Il punto di partenza teorico affonda nelle riflessioni del filosofo Giorgio Agamben, che parlava di “caparbia intenzione anti-tragica”. Un’attitudine che risale fino alla Divina Commedia, dove Dante Alighieri sceglie il registro “comico” per raccontare il destino umano. Non banalizzazione, ma rovesciamento: affrontare l’assoluto attraverso il quotidiano.
È su questa linea che si muove l’intera esposizione, curata da Andrea Bellini e Francesco Stocchi, ampliando lo sguardo oltre le arti visive verso cinema, letteratura e teatro. Un ecosistema culturale dove l’ironia non è evasione, ma strumento critico.
Capolavori che graffiano
Il percorso si apre con un dialogo serrato tra la tela di Fontana e le guerriere verbali di Elena Bellantoni, mentre poco più in là compare uno degli oggetti più provocatori del Novecento: Merda d’artista di Piero Manzoni, ancora oggi capace di mettere in scacco il sistema dell’arte.
Il tono cambia ma non si placa nella terrazza dominata da La Nona ora di Maurizio Cattelan: il papa colpito da un meteorite diventa icona di una sacralità fragile, sospesa tra tragedia e slapstick. Accanto, le monumentali torte di Roberto Cuoghi oscillano tra eccesso barocco e decomposizione, mentre la Scultura vivente di Manzoni trasforma il pubblico in opera, ribaltando ogni gerarchia.
L’ironia si fa inquietudine nei corridoi: Bariestesia di Gianni Colombo destabilizza corpo e percezione; The Night Is Still Young di Chiara Fumai sospende una figura fiabesca in un’atmosfera ambigua; 25.000 Covid Jokes (it’s not a joke) di Paola Pivi trasforma la memoria della pandemia in un mosaico di ironia collettiva, dove il riso convive con il trauma.
E poi il neon Chi è che ride di Pietro Roccasalva, domanda luminosa e inquieta, mentre Built for Crime di Monica Bonvicini segna un passaggio di tono: più cupo, più politico.
Tra natura, corpo e linguaggio
Nella seconda galleria la mostra si densifica. Le opere non si guardano: si attraversano. La Lampada annuale di Alighiero Boetti, che si accende una sola volta all’anno, diventa metafora del tempo e dell’attesa. Poco oltre, Giuseppe Penone mette in dialogo natura e artificio, mentre gli organismi sospesi di Francesco Gennari evocano una fragile condizione esistenziale.
Il linguaggio si fa corpo nell’Alfabeto officinale A–Z di Tomaso Binga, dove l’artista si piega fino a incarnare le lettere. L’identità si smonta e si ricompone anche nelle opere di Emilio Isgrò (Dichiaro di non essere) e nella Sacra Conversazione di Michelangelo Pistoletto, in un continuo slittamento tra presenza e negazione.
Al centro di una grande “piazza” si staglia Novecento di Cattelan: un cavallo sospeso che è insieme monumento e ironica elegia della storia.
L’arte come dispositivo tragicomico
Il percorso si chiude tra sacro e gioco: le dodici sculture di Pinocchio di Mario Ceroli sembrano animarsi nello spazio, restituendo al burattino la sua natura ambivalente — disobbediente, fragile, universale.
È forse qui che la mostra trova la sua sintesi più efficace. Il tragicomico non è un genere, ma una lente. Un modo di guardare che permette di tenere insieme opposti apparentemente inconciliabili: dolore e leggerezza, critica e ironia, crollo e resistenza.
Come ricordava Charlie Chaplin, la vita è tragedia da vicino e commedia da lontano. Tragicomica prova a fare entrambe le cose contemporaneamente: avvicinarsi abbastanza da sentire il peso delle cose, ma restare abbastanza lontani da riuscire — ancora — a sorriderne.
Alberto Leali