Al cinema dal 9 ottobre con Vision Distribution
Con Tre ciotole, la regista spagnola Isabel Coixet firma un’opera di sorprendente delicatezza e intensità emotiva, ispirata liberamente alla raccolta omonima di Michela Murgia. Non si tratta di un adattamento fedele, bensì di una reinvenzione cinematografica che prende in prestito suggestioni, temi e frammenti emotivi dal libro per costruire un racconto nuovo, intimo e profondamente visivo. Il risultato è un film che si muove tra la malinconia e una certa grazia luminosa, accarezzando il dramma senza mai lasciarsi sopraffare dal patetico.
Al centro della narrazione c’è Marta, interpretata con una ammirevole misura da Alba Rohrwacher. È un’insegnante di educazione fisica introversa e spigolosa, lasciata dopo sette anni da Antonio (Elio Germano), uno chef ambizioso che si è stancato della sua reticenza e del suo rifiuto di compiacere. Da quel momento, Marta inizia un lento e doloroso processo di chiusura: continua a insegnare, mangia in modo disordinato, manda recensioni velenose al ristorante dell’ex sotto pseudonimo e trova nell’inanimato cartonato di un cantante K-pop il suo principale confidente. In quella figura silenziosa riversa pensieri e inquietudini, costruendo un legame bizzarro ma emblematico di un isolamento emotivo che il film restituisce con pudore.
Il film, però, non si riduce a una cronaca della decadenza. Quando i dolori allo stomaco si rivelano i segnali di una malattia avanzata e irreversibile, Tre ciotole si trasforma in un percorso di riconnessione con la vita, più che di preparazione alla morte. Marta non cerca di lasciare un’eredità, ma inizia a tessere, quasi senza volerlo, una rete di affetti e relazioni che diventano il vero cuore pulsante del film. Attorno a lei orbitano personaggi che, con tenerezza o goffaggine, cercano di restarle vicini: la sorella Elisa (una convincente Silvia D’Amico), il collega Agostini (un poetico Francesco Carril), e una città – Roma – che si fa specchio silenzioso della sua solitudine.
Il merito principale della regia di Coixet è proprio nella capacità di sottrarre. Pur affrontando temi imponenti – l’abbandono, la malattia, la fine – il film mantiene una leggerezza meditativa, che non svilisce mai la profondità del dolore ma la osserva da una distanza rispettosa. Il formato 4:3 e l’uso della pellicola (con inserti in Super 8) restituiscono un’estetica intima e quasi domestica, in linea con l’approccio artigianale e sensoriale che da sempre caratterizza il cinema della regista.
Alba Rohrwacher riesce a costruire un personaggio silenzioso e contraddittorio, di quelli rari nel panorama cinematografico: non cerca approvazione né rifiuta l’amore, non si ribella ma non si arrende. Elio Germano, dal canto suo, sfuma gradualmente la presenza del suo Antonio, trasformandolo da uomo assertivo e pieno di sé a fantasma di un amore incapace di accettare la complessità dell’altro.
Un pregio notevole è anche l’uso della musica: mai invasiva, mai strillata, la colonna sonora intreccia sapientemente brani italiani e internazionali – da Vanoni con Mahmood a Nina Simone, da Tenco a November Ultra – con le musiche originali di Alfonso De Villalonga, creando un tessuto sonoro coerente e profondamente evocativo. In alcuni momenti la musica accompagna, in altri illumina le immagini come una voce fuori campo non detta.
Tra i momenti più riusciti del film c’è proprio la costruzione di una quotidianità piena di piccoli riti e dettagli – le tre ciotole del titolo, guadagnate con i punti del supermercato, i gelati mangiati per strada, le biciclette sulle piste ciclabili, le edicole votive – che diventano simboli silenziosi di una vita che cerca di ritrovare significato anche quando sembra non averne più. Le “tre ciotole”, in fondo, non sono altro che contenitori di vita: da riempire, da svuotare, da proteggere.
Non mancano difetti: il film, per quanto ispirato, non è perfettamente omogeneo nella costruzione drammaturgica. Alcune parti risultano sbilanciate, in particolare il segmento centrale che si concede una parentesi più esplicita sul personaggio maschile, distogliendo lo sguardo dalla protagonista. C’è anche un certo rischio di “midcult”, con simbolismi talvolta troppo espliciti e un’estetica un po’ levigata. Ma sono inciampi secondari, in un film che, pur evitando l’urlo, riesce a colpire nel profondo.
Tre ciotole non è un film sulla morte, ma sull’arte di vivere mentre si va incontro all’inevitabile. Non cerca lacrime facili, né si aggrappa al pietismo. Al contrario, invita lo spettatore a liberarsi del superfluo, delle relazioni tossiche, delle maschere sociali, e a concentrarsi su ciò che davvero conta. Come dice la protagonista, “bisogna smettere di occuparsi di cose stupide” – una lezione che il film lascia andare con leggerezza, ma che resta impressa.
Alla fine, non si esce dalla sala devastati, ma con una motivazione sottile e potente: il desiderio di non sprecare tempo. E forse non è poco, in un film che racconta con grazia l’unico finale certo che ci accomuna tutti.
Alessandra Broglia