Al cinema dal 28 maggio con Notorious Pictures
Ci sono film che si guardano. E poi ci sono film che si ascoltano. Tuner – L’accordatore appartiene decisamente alla seconda categoria. Daniel Roher, regista canadese premiato con l’Oscar per il documentario Navalny, debutta nella finzione con un’opera che attraversa thriller, noir urbano, racconto sentimentale e heist movie senza mai scegliere davvero una sola identità. E forse è proprio questa oscillazione continua a renderlo così curioso, instabile e affascinante.
Al centro del racconto c’è Niki White, interpretato da un intenso Leo Woodall, ex enfant prodige del pianoforte divorato da una forma devastante di iperacusia. Per lui il mondo non è fatto di immagini ma di vibrazioni incontrollabili: il traffico di New York, una porta che sbatte, un bicchiere appoggiato male su un tavolo diventano aggressioni sonore. Costretto ad abbandonare il sogno della musica, Niki sopravvive accordando pianoforti in appartamenti di lusso dove il silenzio sembra costare più dell’oro.
Roher ha un’intuizione registica molto precisa: trasformare il suono in linguaggio narrativo. Non è soltanto un dettaglio estetico, ma il motore stesso della tensione. Quando Niki ascolta le combinazioni interne di una cassaforte come fossero note dissonanti di una partitura jazz, il film cambia pelle. Da dramma intimista diventa improvvisamente un thriller percettivo, quasi fisico, dove anche lo spettatore è costretto a tendere l’orecchio.
Le influenze sono evidenti. Il paragone con Baby Driver arriva inevitabile: anche qui il protagonista convive con una condizione acustica che diventa strumento criminale. Ma Daniel Roher non cerca il virtuosismo pop di Edgar Wright. Il suo cinema è più trattenuto, malinconico, persino crepuscolare. Preferisce lavorare sulle pause, sui rumori lontani, sulle crepe emotive dei personaggi.
Ed è proprio nella dimensione umana che Tuner trova i suoi momenti migliori. I dialoghi tra Niki e Harry Horowitz, il proprietario dell’azienda di accordatura interpretato da un magnifico Dustin Hoffman, sono il vero cuore del film. Hoffman entra in scena con una grazia disarmante: fragile, ironico, consumato dal tempo e dalla perdita dell’udito, il suo Harry sembra il riflesso futuro del protagonista. Ogni conversazione tra i due possiede quella leggerezza malinconica tipica del grande cinema americano degli anni Settanta, dove si ride sempre un attimo prima della tristezza.
Attorno a loro si muove una New York notturna e stranamente vuota, fotografata come una città stanca, quasi senz’anima. Gli appartamenti milionari che Niki attraversa sembrano mausolei contemporanei: spazi perfetti ma privi di vita, casse armoniche del privilegio e della solitudine.
Quando nella storia entra Uri, criminale russo interpretato da Lior Raz, il film accelera verso territori più convenzionali. Il ricatto, le casseforti, il debito ospedaliero da saldare, il protagonista trascinato nel crimine suo malgrado: gli archetipi del noir ci sono tutti. Eppure Roher riesce quasi sempre a evitare il puro déjà-vu grazie alla costruzione sensoriale del racconto e a una scrittura che, pur non reinventando il genere, sa orchestrarlo con eleganza.
Meno convincente invece la linea romantica con Ruthie, la compositrice interpretata da Havana Rose Liu. Il rapporto tra i due avrebbe dovuto rappresentare il contrappunto emotivo del film, ma resta spesso sospeso in una zona indefinita, come se i personaggi non riuscissero mai davvero a incontrarsi. Eppure anche in questa incomunicabilità emerge qualcosa di interessante: il ritratto di una generazione incapace di tradurre il dolore in parole.
Il vero tema del film, in fondo, non è il crimine né la musica. È la rabbia silenziosa di chi sente di essere stato privato del proprio destino. Niki non è soltanto un ragazzo con un dono straordinario: è qualcuno che ha trasformato la propria ferita in metodo di sopravvivenza. Leo Woodall lo interpreta senza cadere mai nel cliché del genio maledetto, costruendo invece un personaggio nervoso, trattenuto, continuamente in difesa dal mondo.
Tuner – L’accordatore non è un film rivoluzionario. A volte appare persino troppo controllato, troppo preciso nel calibrare emozioni e colpi di scena. Alcuni snodi arrivano con largo anticipo e il finale, pur coerente, non raggiunge fino in fondo l’intensità promessa. Ma proprio dentro questa sua classicità quasi fuori tempo massimo vive il fascino dell’opera.
Daniel Roher non gioca a reinventare il cinema di genere. Preferisce accordarlo con sensibilità, come farebbe il suo protagonista davanti a un vecchio pianoforte scordato. E il risultato, sorprendentemente, funziona. Perché sotto la superficie del thriller elegante e del racconto criminale si nasconde un film sul rumore del mondo e sulla fatica di continuare ad ascoltarlo senza esserne distrutti.
Ilaria Berlingeri