Dal 6 al 17 maggio, uno show che mescola realtà e finzione, ironia e trauma, trasformismo e verità
Cosa succede quando un attore smette di interpretare personaggi sul palco e inizia a “rubarli” nella vita reale? È da questa domanda destabilizzante che prende forma Tutti gli uomini che non sono, il nuovo spettacolo di Paolo Calabresi, in scena al Teatro Ambra Jovinelli dal 6 al 17 maggio.
Non è solo teatro. Non è solo racconto. È un viaggio ambiguo e sorprendente dentro una storia vera, in cui il confine tra identità e finzione si dissolve fino a diventare irriconoscibile.
Calabresi si mette a nudo — ma lo fa mascherandosi. E lo fa raccontando una stagione della sua vita segnata da eventi personali intensi, quasi traumatici, che hanno innescato una reazione fuori dall’ordinario: impersonare, nella realtà quotidiana e all’insaputa di tutti, personaggi celebri realmente esistenti. Non sul palco, ma nel mondo vero. Non per gioco, ma per sopravvivenza.
Il risultato? Azioni al limite dell’incredibile, come l’ormai leggendaria incursione nei panni di un falso Nicolas Cage, accolto con tutti gli onori in uno stadio italiano. Ma quello era solo l’inizio. Negli anni, la galleria di identità “rubate” si è arricchita: attori, musicisti, figure religiose, persino capi tribali. Un mosaico di volti che raccontano, in realtà, una sola storia: quella di un uomo che perde sé stesso per riuscire a ritrovarsi.
Sul palco, insieme a lui, Carolina Di Domenico interpreta un ruolo chiave: la moglie, presenza concreta e imprescindibile, testimone delle conseguenze intime e familiari di questa deriva identitaria. Perché il gioco, a un certo punto, smette di essere tale. E invade la vita.
A rendere lo spettacolo ancora più potente è l’uso di materiali video autentici e inediti, girati dallo stesso Calabresi durante le sue “operazioni”. Non semplici inserti, ma parte integrante della narrazione, che amplificano quella sensazione inquietante di trovarsi davanti a qualcosa di reale — anche quando sembra impossibile.
Tutti gli uomini che non sono si muove così su un crinale sottile: è una commedia, ma attraversata da una tensione profonda; è ironica, ma mai superficiale; fa ridere, ma lascia spazio a domande scomode. Chi siamo davvero? Quanto della nostra identità è costruzione? E cosa resta quando smettiamo di riconoscerci?
Calabresi non offre risposte facili. Preferisce raccontare il caos, il paradosso, la fragilità. E lo fa con un linguaggio teatrale vivo, contaminato, capace di trasformare una vicenda personale in una riflessione universale.
Perché, in fondo, non c’è niente di più umano del perdersi. E forse, proprio in quel vuoto, si nascondono possibilità inattese.
Roberto Puntato